L'intervista

«Basta piangere miseria»

Carlo Cottarelli a tutto campo sulla situazione internazionale a livello geopolitico ed economico, sull’Italia e sull’Europa: «La Borsa, l’export e i profitti delle aziende sono segnali positivi»
«Non ho mai visto così tanta gente fare la coda per prendere un aereo. E, durante le festività pasquali e il ponte del 25 aprile, le strade erano piene di persone che andavano in vacanza. Insomma, la gente, comunque, i soldi in tasca li ha, per consumare, viaggiare e anche pagare la benzina un po’ di più. L’Italia non è un Paese in miseria, ma noi italiani siamo bravissimi a piangere miseria per chiedere più soldi allo Stato o all’Europa». Carlo Cottarelli analizza la situazione economica e politica a livello nazionale e internazionale, partendo dal summit Cina-Usa, appena terminato: «È un bene che si parlino, invece che spararsi». Professor Cottarelli, partiamo dallo scenario internazionale. Si è da poco concluso il viaggio in Cina del presidente Trump. Quali sono i significati di questo vertice, programmato da tempo, e qual è il bilancio? «Prima di tutto, questo è stato il primo di quattro incontri che si dovrebbero svolgere entro la fine dell’anno. E’ senz’altro utile che i leader dei due Paesi più grandi e potenti del mondo si incontrino, perché meglio parlarsi piuttosto che spararsi. Non è che avessi grandi aspettative, ma dei due, quello che sembra portare a casa qualcosa è Xi Jinping, perché Trump ha fatto un passo che nessun presidente americano aveva mai fatto prima d’ora, affermando che gli Usa non entreranno in guerra per Taiwan. E anche se è vero che il presidente americano ci ha abituati a repentini cambi di rotta, affermando una cosa e poi, a breve distanza, il suo opposto, le parole del presidente sembrano cambiare l’atteggiamento americano in questa vicenda. L’approccio degli Stati Uniti si era sempre basato su un’ambiguità di fondo, lasciando nel vago cosa sarebbe successo se vi fosse stata un’azione militare cinese nei confronti di Taiwan. Se ora si supera questa ambiguità che rappresenta un elemento di incertezza, è come lasciare pensare all’interlocutore che, da parte americana, non ci sarà una reazione, rafforzata anche dal fatto che sembra che Trump non intenda sbloccare la vendita di 14 miliardi di dollari di armi a Taiwan. Ai punti, quindi, il verdetto dell’incontro sarebbe favorevole alla Cina. Quanto al futuro, è difficile dire cosa potrebbe accadere»... LEGGI IL SERVIZIO COMPLETO SULL’EDIZIONE DI MONDO PADANO IN EDICOLA FINO AL 28 MAGGIO OPPURE ABBONANDOTI SU WWW.MONDOPADANO.IT

Lettere

Violenza ed aggressività si combattono presidiando i territori e riempiendoli di relazioni, opportunità di incontro, vicinanza umana, anche per le persone più in difficoltà.

Egregio Direttore, i fatti di Modena, in qualche modo, dividono l’opinione pubblica in due, come opposte fazioni in una partita di calcio. Da una parte c’è chi dà prevalenza alla lettura politica dell’accaduto, dall’altra chi sottolinea soprattutto il disagio psichiatrico che ha portato quest’uomo a compiere quasi una strage. Non è mancato, anche in questo contesto, chi ha cercato di speculare politicamente sulla vicenda, mettendo gli uni contro gli altri e inseguendo, come spesso accade, una rendita politica fondata sull’odio e sul razzismo. Ciò che in genere viene sottovalutato, in un’epoca in cui a situazioni complesse si tende a dare spiegazioni semplici, è il contesto in cui nasce una condizione di disagio estremo come questa. La malattia mentale, da sola, non spiega l’aggressività né tantomeno i delitti: ci sono molte persone che soffrono di disturbi psichiatrici, anche gravi, e che non sono affatto pericolose. Allo stesso modo, né la religione, né la provenienza etnica, né la politica possono spiegare da sole atti di violenza. Esistono tantissime persone che vivono il proprio credo in modo rigoroso o integralista senza per questo compiere mai violenza contro gli altri. Quello che spesso si sottovaluta è invece la forza e la capacità regolatrice delle relazioni sociali. Gli episodi di violenza emergono più facilmente quando si è molto soli, quando manca una quotidianità fatta di rapporti, confronti, presenze. Le relazioni hanno una funzione fondamentale di regolazione, perché impongono il confronto con familiari, amici e, per chi ne ha bisogno, con educatori, assistenti sociali, psicologi e tutte quelle figure che possono offrire aiuto. In questo confronto costante si impara a controllare non solo ciò che si fa, ma anche ciò che si pensa e si dice. Ed è proprio questo lavoro continuo di relazione ad avere un effetto positivo, soprattutto rispetto alle manifestazioni più antisociali. Quando una persona si rifugia completamente nella propria interiorità, ciò che pensa rischia di diventare verità assoluta. Nel chiuso di un pensiero solitario, gli altri possono trasformarsi in nemici, a volte persino in nemici da abbattere. Per questo, se vogliamo costruire maggiore sicurezza nei nostri contesti urbani, dobbiamo impegnarci a creare e rafforzare comunità, relazioni, reti. Ciò che va evitato, prima di tutto, è lasciare sole le persone. E il primo atto concreto dovrebbe essere proprio quello di sostenere, rafforzare e innovare i presìdi psico-sociali presenti nei territori, affinché siano più accessibili, più vicini alle persone e più capaci di intercettare precocemente il disagio. Servono servizi sociali, sanitari e psico-sociali sempre più attenti, ma serve anche tornare a investire in tutto ciò che, nelle nostre comunità, è ancora vivo e capace di generare legami. La violenza e l’aggressività si combattono presidiando i territori e riempiendoli di relazioni, di opportunità di incontro, di vicinanza umana, anche per le persone più in difficoltà. Le politiche securitarie di questi anni ci hanno in qualche modo trasmesso l’idea che militarizzare alcuni spazi urbani e sociali di confine sia la soluzione. In realtà, queste misure possono intervenire durante i fatti delittuosi o subito dopo, ma non bastano a prevenirli davvero. Se vogliamo vivere in città più sicure, dobbiamo investire nella nostra capacità di andare a intercettare la fragilità psicologica, economica ed educativa prima che si cronicizzi e si esprima in termini aggressivi. Anche per questo è necessario cominciare da un rilancio serio dei presìdi psico-sociali, della loro presenza nei quartieri e della loro capacità di lavorare in rete con scuole, famiglie, servizi sanitari e realtà associative. La città di Modena ha offerto un bellissimo esempio di come si possa reagire insieme a una situazione drammatica. Prendiamone esempio.

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