Il docente universitario Tommaso Scandroglio: «Da agente l’uomo sta diventando “agito”»
«Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi»: è la celebre frase tratta dal monologo finale del replicante Roy Batty nel film cult «Blade Runner». Non siamo proprio a questi punti, ma poco ci manca. La tecnologia consente oggi all’identità digitale di progredire tanto, forse troppo, a scapito dell’identità personale. Dove andremo a finire? Lo chiediamo a Tommaso Scandroglio, abilitato come professore associato in Filosofia Morale, già docente di Etica e Bioetica, Filosofia del Diritto ed Antropologia Filosofica presso l’Università Europea di Roma.

Professore, che rapporto ci deve essere tra tecnologia e identità umana?
«La tecnologia dovrebbe essere un mezzo per la piena realizzazione dell’identità umana ossia per la piena fioritura (flourishing direbbero i filosofi anglosassoni) della persona. E la persona diventa sempre più sé stessa se compie il bene. Limitiamoci ai social e all’intelligenza artificiale (IA) e limitiamoci ad individuare un grosso rischio per il bene dell’uomo: il contenuto di queste due risorse tecnologiche. I social e l’IA non sono eticamente neutri. Molto spesso i contenuti che noi troviamo hanno una visione antropologica distorta: sono strumenti che veicolano un paradigma dell’umano incline al narcisismo, ad una visione libertaria del bene, all’utilitarismo, all’edonismo. Fate un esperimento: ponete una domanda a ChatGPT, un chatbot con cui potete conversare come con un super-esperto, che riguardi l’aborto o l’eutanasia. Vedrete che sarà a favore di entrambe le pratiche»...
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Mauro Faverzani




