Attualità

Commemorate le vittime dell'epidemia da Coronavirus

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Commemorate le vittime dell'epidemia da Coronavirus

La cerimonia si è tenuta presso la targa che le ricorda sotto i portici del Cortile Federico II

Bandiere a mezz’asta sulla facciata di Palazzo Comunale in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'epidemia da Coronavirus, istituita nel 2020 dal Parlamento per conservare e rinnovare la memoria di tutte le persone decedute a causa della pandemia da Covid-19, mentre alle 17 si è tenuta una cerimonia presso la targa commemorativa posta sotto i portici del Cortile Federico II. In segno di vicinanza alle vittime, ai loro familiari e a tutti coloro che hanno contribuito con il loro lavoro a superare l’emergenza sanitaria alla commemorazione hanno preso parte, oltre ai componenti della Giunta e del Consiglio comunale, le massime autorità religiose, civili e militari, rappresentanti degli Ordini dei medici e sanitari e delle direzioni sanitarie, insieme a Croce Verde, Croce Rossa, Cremona Soccorso.
A sei anni di distanza da quella tragedia che ha colpito l’intero Paese e la città di Cremona, è stata questa un'occasione per ricordare tutte le vittime della pandemia, per non dimenticare il dolore e la sofferenza di chi ha perso una persona cara durante quei mesi difficili. Un momento anche per rendere omaggio e ringraziare tutte le persone che, con il loro straordinario impegno, hanno lottato senza sosta per assistere i malati, per sostenere le famiglie, per affrontare insieme l’emergenza sanitaria che ha messo a dura prova l’intera comunità cremonese. Una cerimonia per non dimenticare, per ritrovarsi insieme nella memoria, nella solidarietà e nella speranza.
La cerimonia si è aperta con un minuto di silenzio in ricordo delle vittime. Dopo la benedizione del mazzo di fiori posto sotto la targa commemorativa e un momento di preghiera a cura di don Davide Barili, parroco di S. Sebastiano e Vicario episcopale per il clero, è seguito l’intervento del sindaco Andrea Virgilio: “Oggi siamo qui per ricordare chi non c’è più. Per dare nome, volto e piena dignità a una ferita che ha attraversato le nostre famiglie, la nostra città, la nostra comunità. Non ricordiamo soltanto un tempo difficile. Ricordiamo persone. Ricordiamo vite. Ricordiamo assenze che hanno lasciato un segno profondo. E ricordiamo anche che, in quei mesi, tutto ciò che ci sembrava ordinario, all’improvviso, non lo era più. Le sirene, in quei giorni, hanno cambiato il suono della città. Segnavano il tempo dell’emergenza e ci riportavano continuamente a una verità che faticavamo ad accettare. C’era il bollettino dei contagi e delle vittime. Ogni sera. Numeri che diventavano persone. Persone che rischiavano di diventare numeri. E soprattutto c’era l’incertezza. Non si riusciva più a programmare nulla. Nemmeno il giorno dopo.
Qui, a Cremona, a un certo punto la città si è svuotata. Un vuoto fisico, ma anche emotivo. Mancava l’aria. Non solo per la paura, ma per l’assenza di vita condivisa. E intanto la casa tornava a essere rifugio. Ma non sempre era un rifugio sereno. Alla paura si è aggiunta la rabbia. Per ciò che non capivamo. Per le regole che cambiavano. Per un’ansia che entrava nelle giornate e non usciva più. Dentro molte case quella tensione è diventata solitudine, conflitto, stanchezza. Non siamo stati tutti migliori. Siamo stati umani. E siamo stati messi a dura prova.
Eppure, proprio in quel tempo, abbiamo visto anche il meglio. Le telefonate agli anziani soli. La spesa lasciata sul pianerottolo. Le reti di vicinato. Gli aiuti ai più fragili. Abbiamo visto una comunità inventare modi nuovi per restare unita, anche quando non poteva esserlo fisicamente. In quel tempo abbiamo capito una cosa essenziale: abbiamo bisogno gli uni degli altri. Le relazioni umane non sono un ornamento della vita. Sono la sua sostanza. Lo hanno capito i nostri anziani, separati dagli affetti. Lo hanno capito i genitori, guardando i loro ragazzi crescere chiusi nelle stanze, con una scuola ridotta a uno schermo e il futuro compresso in una cameretta. A loro dobbiamo dire una cosa semplice e vera: quel pezzo di adolescenza e di giovinezza è stato un sacrificio enorme. Non liquidiamolo con la parola “resilienza”. Riconosciamolo. Ascoltiamolo.
E poi c’è il lavoro dei sanitari. In quei mesi abbiamo visto la fatica, la pressione, il sacrificio, spesso silenzioso. Abbiamo visto operatori scegliere di stare lontani da casa per proteggere i propri familiari. Abbiamo visto una sofferenza trattenuta, perché non c’era tempo, perché bisognava reggere, perché la cura non aspetta. Accanto a loro, qui a Cremona, ci sono stati i volontari, la Protezione Civile, le Forze dell’Ordine. Persone che hanno tenuto insieme pezzi interi della vita quotidiana: consegne, aiuti, ascolto, organizzazione, presenza. Senza clamore. Con quella dignità concreta che, nelle emergenze, tiene in piedi una città.
E c’è un passaggio ancora più duro, che spesso tendiamo a rimuovere: la gestione delle salme, dei corpi dei cremonesi che non ce l’hanno fatta. In quel caos c’era un rischio terribile: perdere umanità. Che quelle persone diventassero solo un problema materiale. E invece no. In questa città tante persone hanno tenuto fermo un principio umano, prima ancora che professionale: il rispetto, lo hanno fatto a partire dalle loro coscienze. Rispetto nei luoghi e nei gesti dell’ultimo congedo, nei trasporti, nei servizi cimiteriali, nelle imprese funebri. Anche questa è stata cura. Una cura nascosta, ma preziosa. E anche questo merita memoria e ringraziamento.
Papa Francesco, in quei giorni, ci lasciò una frase semplice e vera: nessuno si salva da solo. Resta una lezione civile che non dovremmo dimenticare. Il Covid ci ha mostrato insieme la nostra fragilità e la nostra forza. Fragilità, perché bastava poco e la vita cambiava. Forza, perché nonostante tutto abbiamo retto. E abbiamo capito che il destino di ciascuno è legato a quello degli altri. Per questo ricordare serve. Serve a dare un senso civile a ciò che abbiamo vissuto. Serve a capire dove investire: nella sanità pubblica, nei servizi territoriali, nella cura domiciliare, nel sostegno psicologico. Serve a costruire comunità più preparate, più giuste, più vicine alle persone. E serve anche a Cremona. Perché questa città ha sofferto molto. Ma ha anche mostrato, nel lavoro quotidiano, nel volontariato, nella disciplina e nell’umanità, una forza che non dobbiamo dimenticare.
Per questo oggi vogliamo anche ascoltare. Abbiamo voluto farlo attraverso due testimonianze del mondo sanitario, due voci che ci aiutano a dare profondità e verità a quei giorni. La prima è quella di Antonio Coluccello, anestesista e rianimatore, da poco in pensione, già direttore facente funzione della Terapia intensiva durante la pandemia. La seconda è quella di Paola Parma, coordinatrice infermieristica di Ostetricia. Sono due testimonianze diverse, ma proprio per questo preziose. Ci portano dentro due luoghi simbolici di quel tempo. Da una parte la terapia intensiva: il luogo della lotta più dura, del confine sottile tra il peggioramento e la speranza, tra la vita e la morte. Dall’altra l’ostetricia: il luogo in cui, anche nei mesi più bui, la vita continuava ad affacciarsi al mondo.
Questo accostamento dice qualcosa di profondo. Ci dice che, mentre il dolore occupava le nostre giornate, la vita non aveva smesso di farsi strada. E ci dice che la sanità, in quel tempo, non è stata solo il presidio dell’emergenza. È stata il luogo in cui una comunità ha custodito la propria umanità. Ed è anche per questo che oggi, ricordando, vogliamo assumere un impegno. Non lasciare soli i più fragili. Non lasciare soli i ragazzi, che di quella stagione hanno pagato un prezzo alto. E trasformare la gratitudine in scelte concrete, in attenzione, in ascolto. Quando ripensiamo a quel ‘metro’ che ci separava, capiamo quanto fosse triste. Ma capiamo anche quanto siano preziosi i gesti semplici: la presenza, la vicinanza, una mano che incontra un’altra mano.
Per questo oggi ricordiamo. Ricordiamo chi non c’è più. Ringraziamo chi si è preso cura. E scegliamo di non disperdere quello che quei giorni ci hanno insegnato”.
Dal 21 febbraio 2020 in sessanta giorni l’emergenza è stata affrontata con uno sforzo straordinario: i posti letto di Terapia Intensiva sono passati da 8 a 52, mentre 83 pazienti sono stati trasferiti in altri centri, anche all’estero, grazie al coordinamento di AREU. Complessivamente sono stati presi in carico circa 263 pazienti, tutti assistiti in base alla gravità, nel rispetto del principio di proporzionalità delle cure. Nessuno è stato lasciato solo. Una risposta corale che ha consentito di fronteggiare la pandemia.
Questa la testimonianza di Antonio Coluccello, all’epoca direttore (facente funzioni) della Terapia intensiva di Cremona e in servizio all’ospedale di Cremona dal 1990: “Si lavorava come se non ci fosse un domani: turni di 12 ore, decisioni cliniche complesse prese in pochi istanti, sotto una pressione costante e in condizioni estreme, La risposta è stata collettiva, senza gerarchie: tutto il personale ha contribuito ad ampliare la terapia intensiva e a garantire assistenza continua ai pazienti. Il momento più difficile restava il rapporto umano: le telefonate prima dell’intubazione, la solitudine dei pazienti, le richieste da trasmettere ai familiari. In mezzo a tutto questo, l’energia arrivava dal reparto accanto, quello di ostetricia, dove la vita continuava a nascere, ricordando ogni giorno il senso di quello sforzo. A distanza di sei anni (solo sei anni!) mi sembra passata un’eternità, è un’altra vita”.
Altrettanto toccante è stata quella di Paola Parma, coordinatrice ostetricia e ginecologia: “L’immagine che mi è rimasta è quella di un ospedale immobile, grigio e sospeso, in contrasto con il nostro reparto, pieno di colori e di vita, dove si continuava a nascere cercando di fare il possibile per proteggere mamme e bambini con la massima attenzione. A giugno 2020 abbiamo vissuto un evento eccezionale: quindici bambini nati in un solo giorno, un’esplosione di gioia che, dopo mesi segnati dalla fatica e dal dolore, ha restituito energia, umanità e senso al nostro lavoro. Fra i ricordi resta indelebile un gesto semplice ma profondo: il saluto quotidiano dei Samaritan’s dell’ospedale da campo, in fila all’ingresso ad accoglierci uno a uno, facendoci sentire parte di una comunità unita. Anche nei momenti più difficili, erano questi dettagli a ricordarci perché eravamo lì”.
Un mazzo di fiori era stata già posto sotto la targa - scoperta il 3 giugno 2021 durante la visita a Cremona Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – che reca la seguente dicitura: In memoria dei cittadini e delle cittadine cremonesi morti per il Covid-19, del coraggio delle loro famiglie, della cura degli operatori sanitari, del lavoro di tanti per affrontare insieme la pandemia. Per non dimenticare la passione affinché la Comunità sia più forte e, dopo tanto dolore, possa costruire nuove strade di futuro.
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