La società si trasforma e la scuola si adegua, cambiando i metodi di insegnamento. Imparare un secondo idioma da affiancare alla lingua madre spesso è una necessità. E’ l’effetto della multiculturalità che spinge i genitori ad iscrivere i propri bambini ai corsi di lingua “straniera”
Multiculturali, ricettivi, senza barriere. Con una nuova forma mentis . Così i bambini di oggi imparano le lingue. Grazie a un contesto - scolastico e familiare - in continua trasformazione.
Una panoramica che la scrittrice cremonese. Mariagrazia Bertarini conosce a fondo. Perché i piccoli alunni sono i suoi diretti interlocutori, nonché la fonte d’ispirazione delle tante fiabe, canzoni e filastrocche che costituiscono la sua produzione. Bertarini, con una laurea in Lingue e letterature straniere, si occupa di didattica da molti anni e lavora nell’editoria scolastica dal 1997, oltre a preparare corsi per imparare l’inglese giocando.
Prima di tutto, bisogna sgombrare il campo da un luogo comune: «Non esistono persone più o meno portate all’apprendimento di una lingua - spiega la scrittrice - ma il contesto culturale gioca un ruolo fondamentale. Le classi di oggi, ad esempio, sono multietniche e vedono fianco a fianco i bimbi italiani e stranieri. Convivere la realtà scolastica con compagni che magari in famiglia parlano già due lingue è sicuramente un incentivo. Il discorso scuola-famiglia è infatti di assoluta importanza. Mamme e papà culturalmente aperti facilitano sicuramente l’apprendimento da parte dei figli».
Ma imparare una lingua - che sia inglese, arabo o cinese - è molto più che studiare un vocabolario di termini o l’impostazione di un discorso. È frutto di una visione culturale. «Iniziare a studiare una lingua significa avvicinarsi a una filosofia, appassionarsi a una cultura, approfondirne le tradizioni e la mentalità, capire il perché di determinate espressioni e modi di dire» prosegue Bertarini. È un percorso che accompagna ciascuno «per tutta la vita, originato da motivazioni diverse: di lavoro, interessi personali, prestigio. Imparare una lingua significa anche ‘sprovincializzare’ la propria mente, entrare in contatto con la diversità, crescere, diventare cittadini del mondo». Sin da piccoli. Ma con le motivazioni giuste. «In fondo perché a un bambino che vive a Cremona dovrebbe interessare imparare l’inglese? A cosa gli serve? Le frasi dei genitori, del tipo: “Mi ringrazierai quando sarai grande” non servono ad altro che a distruggere il piacere e il desiderio di imparare. Il gioco è la chiave per motivare i ragazzi a considerare la lingua qualcosa di più di una materia scolastica. Per essere davvero tale, deve avere componenti di piacere, divertimento, sfida, competizione con se stessi e con gli altri, altrimenti è esercizio. I bambini conoscono molto bene questa differenza e ‘imbrogliarli’ equivale a perdere la loro attenzione e il loro interesse».
Via libera, quindi, a giochi di carte e da tavolo, cacce al tesoro, filastrocche e canzoncine animate. E poi le storie, i fumetti, i cartoni animati. A una condizione: che sappiano «sorprendere, emozionare, coinvolgere e stimolare la curiosità».
Una panoramica che la scrittrice cremonese. Mariagrazia Bertarini conosce a fondo. Perché i piccoli alunni sono i suoi diretti interlocutori, nonché la fonte d’ispirazione delle tante fiabe, canzoni e filastrocche che costituiscono la sua produzione. Bertarini, con una laurea in Lingue e letterature straniere, si occupa di didattica da molti anni e lavora nell’editoria scolastica dal 1997, oltre a preparare corsi per imparare l’inglese giocando.
Prima di tutto, bisogna sgombrare il campo da un luogo comune: «Non esistono persone più o meno portate all’apprendimento di una lingua - spiega la scrittrice - ma il contesto culturale gioca un ruolo fondamentale. Le classi di oggi, ad esempio, sono multietniche e vedono fianco a fianco i bimbi italiani e stranieri. Convivere la realtà scolastica con compagni che magari in famiglia parlano già due lingue è sicuramente un incentivo. Il discorso scuola-famiglia è infatti di assoluta importanza. Mamme e papà culturalmente aperti facilitano sicuramente l’apprendimento da parte dei figli».
Ma imparare una lingua - che sia inglese, arabo o cinese - è molto più che studiare un vocabolario di termini o l’impostazione di un discorso. È frutto di una visione culturale. «Iniziare a studiare una lingua significa avvicinarsi a una filosofia, appassionarsi a una cultura, approfondirne le tradizioni e la mentalità, capire il perché di determinate espressioni e modi di dire» prosegue Bertarini. È un percorso che accompagna ciascuno «per tutta la vita, originato da motivazioni diverse: di lavoro, interessi personali, prestigio. Imparare una lingua significa anche ‘sprovincializzare’ la propria mente, entrare in contatto con la diversità, crescere, diventare cittadini del mondo». Sin da piccoli. Ma con le motivazioni giuste. «In fondo perché a un bambino che vive a Cremona dovrebbe interessare imparare l’inglese? A cosa gli serve? Le frasi dei genitori, del tipo: “Mi ringrazierai quando sarai grande” non servono ad altro che a distruggere il piacere e il desiderio di imparare. Il gioco è la chiave per motivare i ragazzi a considerare la lingua qualcosa di più di una materia scolastica. Per essere davvero tale, deve avere componenti di piacere, divertimento, sfida, competizione con se stessi e con gli altri, altrimenti è esercizio. I bambini conoscono molto bene questa differenza e ‘imbrogliarli’ equivale a perdere la loro attenzione e il loro interesse».
Via libera, quindi, a giochi di carte e da tavolo, cacce al tesoro, filastrocche e canzoncine animate. E poi le storie, i fumetti, i cartoni animati. A una condizione: che sappiano «sorprendere, emozionare, coinvolgere e stimolare la curiosità».
(L'INCHIESTA INTEGRALE SU MONDO PADANO IN EDICOLA QUESTA SETTIMANA)
Giorgia Cipelli



