Attualità

Un’alternativa che... integra

"Dopo di noi". Intervista a Paolo Vaccaro, responsabile della sede cremonese della cooperativa Società Dolce: «Non solo comunità residenziali, anche centri diurni e “sollievo”»

Un lavoro di filiera, che porta a seguire i ragazzi disabili in un percorso che li possa accompagnare fino ad una vita di comunità: il lavoro della cooperativa sociale Società Dolce mira a una presa in carico globale della persona con disabilità, che ne consenta anche un inserimento nella vita sociale e cittadina.
«Abbiamo collaborato fin dall’inizio con la Fondazione “Dopo di Noi”, per l’attivazione della comunità socio sanitaria», spiega Paolo Vaccaro, responsabile della sede cremonese della cooperativa. «Abbiamo creduto fin da subito al progetto, garantendo tutti i servizi».
La cooperativa non si occupa solo di gestire le comunità residenziali, quella della fondazione e un’altra, ma anche i centri diurni per disabili. «Questo ci consente di conoscere meglio gli utenti che vivono in comunità, seguendoli in tutto il loro percorso», continua Vaccaro. «Il nostro obiettivo è garantire una filiera completa: dall’assistenza a domicilio, ai centri diurni, alle residenze. Questo ci consente di conoscere meglio le situazioni e di dare risposte più complesse».
Come funziona l’accesso a queste strutture?
«Ovviamente la famiglia non sparisce di colpo, si tratta di un graduale avvicinamento. Purtroppo alcuni rinviano il problema, poi si trovano di fronte a eventi imprevisti e diventa più difficile gestire la situazione. E’ meglio iniziare a preoccuparsi per tempo. Anche perché se una volta l’aspettativa di vita dei disabili era più debole, oggi spesso sopravvivono ai genitori, e grazie a queste comunità possono avere un percorso dignitoso di vita. Una volta che la famiglia ha fatto domanda di ingresso si fa un percorso di verifica della compatibilità della persona con la vita di comunità. Fondamentale è essere attenti ai bisogni della persona. Successivamente si fa una introduzione graduale. Prima del Covid si facevano anche i cosiddetti “week end di sollievo”, delle sperimentazioni di autonomia per il disabile o per la famiglia, in modo da calibrare l’intervento in modo programmato. Con la pandemia (...).
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Laura Bosio
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