

Focus
«Investire in formazione. Un partner di conoscenza»
education, elementary school, learning, technology and people concept - group of kids with teacher looking to tablet pc computer in classroom over virtual screens projections
Alessandra Carenzio, docente di Didattica in Cattolica: «Materiali supportivi importanti».
Ci fu un tempo in cui a scuola era vietato utilizzare le calcolatrici elettroniche, perché si temeva che inibissero le abilità dei ragazzi nel far di conto. Oggi più o meno la stessa cosa avviene con l’intelligenza artificiale o AI e con le strumentazioni che consentano di accedervi: basti pensare alla stretta imposta in Francia ed in Spagna circa l’uso di cellulari, smartphone, tablet ed orologi connessi in classe. Insomma, la tecnologia è nemica dell’apprendimento? Lo chiediamo alla professoressa Alessandra Carenzio, docente di Didattica presso il Dipartimento di Pedagogia nelle sedi di Milano e Piacenza dell’Università Cattolica, nonché membro del Cremit-Centro di Ricerca per l’Educazione ai Media, all’Innovazione ed alla Tecnologia presso lo stesso Ateneo.
Professoressa, vi può essere un uso didattico dell’intelligenza artificiale?
«Non esiste ad oggi una risposta univoca, anche perché l’intelligenza artificiale non è solo una questione tecnica: già negli Anni Settanta alcuni studi parlavano, ad esempio, di “moral panic” di fronte al nuovo in campo tecnologico, poiché non lo si sapeva gestire, non si avevano le competenze per farlo. Oggi attorno all’intelligenza artificiale c’è ancora tanta confusione, è un settore in continua trasformazione, per cui non bastano le conoscenze e le abilità o skills, quindi il saper fare, occorre anche saper essere, il che è più complesso».
Cosa intende parlando di “saper essere”?
«Intendo ciò che riguarda l’ambito dell’etica e della responsabilità. È questo il grosso nodo, su cui dobbiamo lavorare. Gli usi più interessanti dell’intelligenza artificiale, anche a scuola, sono quelli che la rendono un “partner nella conoscenza”, quindi non un sostituto: si deve cioè far capire allo studente che deve elaborare un’idea (...)».

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Mauro Faverzani






