Stefano Arduini, direttore del settimanale "Vita": «Siamo di fronte a una emergenza pesante»
Il mensile “Vita” agli educatori professionali – o, più in generale, social worker – ha dedicato il numero di maggio, pubblicando anche un vero e proprio “Manifesto del lavoro sociale” in cinque punti. Le ragioni le chiediamo al direttore della testata, Stefano Arduini.
Direttore, perché questo “Manifesto”?
«Perché siamo di fronte ad un’emergenza pesante, che non riguarda tutto il Paese in egual misura, colpisce di più al Nord, dove il costo della vita è più alto. Qui le cooperative sociali sono sempre più in difficoltà nel trovare educatori. C’è un problema di remunerazione, un problema di orari, il che probabilmente non spiega tutto, ma ci permette già di capire, ad esempio, il forte turnover. Vi sono ancora giovani appassionati, pronti ad avvicinarsi a questo tipo di professioni – e questo è un fatto positivo -, ma, quando vogliono metter su famiglia o comprarsi una casa, non ce la fanno. Quello dell’educatore professionale è un lavoro ricco di senso, ma anche molto impegnativo e molto complicato, anche dal punto di vista del burnout. Per questo sul numero di maggio di “Vita” abbiamo messo a punto questo “Manifesto”: non da soli, ma consultandoci con 75 organizzazioni del Terzo Settore».
Avete declinato il “Manifesto” in cinque punti. Vediamo il primo.
«La sfida concettuale è che certe condizioni di lavoro, economiche ma non solo, possono cambiare, se dal punto di vista non solo politico, ma anche della società civile si sviluppa una consapevolezza diversa rispetto all’importanza del lavoro di educatore professionale. Ecco allora il primo punto del nostro “Manifesto”, che recita: “Il lavoro di cura difende il benessere di tutti”. Vista ormai anche la curva demografica, che investe il nostro Paese da anni, è difficile incontrare persone, che non abbiano mai avuto nemmeno un momento di difficoltà legato al (...)».

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Mauro Faverzani








