Federico Manzi, docente in Cattolica: «Vanno ripensati i luoghi delle relazioni»
Il professor Federico Manzi tiene a Milano presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore un corso su «Psicologia dello Sviluppo, Robotica sociale e Intelligenza Artificiale» ed è membro del Comitato Scientifico del CeRiToM-Centro di Ricerca sulla Teoria della Mente e Competenza Sociale nel Ciclo di Vita presso il Dipartimento di Psicologia dello stesso Ateneo. Ha maturato in questo settore a cavallo tra psiche e nuove tecnologie, competenze specifiche e mirate.
Professore, educare all’utilizzo dei social e dei device in famiglia è un tasto dolente. Spesso sono i genitori a farne un uso improprio…
«Succede, ma non leggerei questo come una colpa dei genitori. Molti di questi strumenti sono progettati per agganciare meccanismi che abbiamo tutti: il bisogno di approvazione, la curiosità, l'attesa di una ricompensa imprevedibile, come una notifica o un like. In questo, adulti e ragazzi non sono poi così diversi. Se anche i genitori fanno fatica a staccarsi dallo schermo, non è per debolezza: è l'effetto di un design pensato per trattenerci. Per questo, più che cercare un colpevole, conta poterne parlare insieme, ritagliarsi momenti senza schermi».
L’Unione europea ha recentemente preso provvedimenti, come l’EU Kids Act, per tutelare i minori online e limitare l’accesso a piattaforme, chatbot e AI. Crede sia un passo avanti?
«Per ora è una proposta della Commissione, che dovrà essere esaminata e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell'Ue. Va nella direzione giusta, perché non si limita a fissare un'età minima: guarda anche a come siano costruite le piattaforme. In preadolescenza e adolescenza si è particolarmente sensibili alle ricompense sociali, come l'approvazione e il riconoscimento degli altri, mentre le capacità di controllo degli impulsi e di valutazione delle conseguenze sono ancora in via di sviluppo. Notifiche, like e scroll infinito fanno leva proprio su questa sensibilità. Con i chatbot la questione è ancora più delicata, perché non mettono in contatto persone: si propongono essi stessi come interlocutori. Un'AI è sempre disponibile, si adatta a chi la usa e non chiede nulla in cambio. Nelle relazioni reali, invece, si cresce proprio attraverso la reciprocità, l'attesa, il disaccordo. Il rischio è abituarsi a un modello di relazione che con le persone non esiste, e che fa sembrare gli altri troppo faticosi. Sono spesso i ragazzi più soli o in difficoltà a esserne più attratti e per loro il chatbot può diventare un rifugio».
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Mauro Faverzani







