Alberto Pellai. Il noto psicoterapeuta: «Papà e mamme? No ai sensi di colpa, siano mediatori»
In Europa, l’Eu Kids Act è una proposta di regolamento presentata dalla Commissione europea a settembre 2026. In Italia, lo psicoterapeuta Alberto Pellai è il primo firmatario, insieme al pedagogista Daniele Novara, della petizione ‘Stop smartphone e social sotto i 14 anni’.
Dottor Pellai, molti genitori si sentono in colpa per aver dato troppo presto uno smartphone in mano ai figli.
Come si esce da questa trappola psicologica?
«Il senso di colpa che molti genitori provano non è un sentimento infondato e quando si teme che lo smartphone sia come una droga, si sta semplicemente dando un nome a un processo reale. La scienza, infatti, conferma che questi strumenti sono progettati per attivare i medesimi circuiti della dipendenza, ma è proprio la consapevolezza del rischio che dovrebbe guidare il nostro agire.
È necessario cambiare prospettiva e smettere di considerare lo smartphone come un diritto che si sta negando ai propri figli e iniziare a vederlo per quello che è, ovvero uno strumento di potenza straordinaria che richiede, per essere gestito, una maturità cognitiva specifica. Introdurre delle regole non significa togliere qualcosa ai ragazzi, al contrario, vuol dire proteggerne la crescita, consentendo loro di arrivare al digitale solo quando potranno governarne le dinamiche senza subirne gli effetti negativi».
Come possono i genitori diventare educatori digitali?
«Abbandonando il senso di colpa e riprendendo il ruolo di mediatori: non basta consegnare il device, occorre essere presenti, condividere l’esperienza e, se necessario, avere il coraggio di fare un passo indietro per rinegoziare i confini».
Non si corre il rischio che l'impatto con il digitale sia ancora più incontrollato per chi sia privo di strumenti di autoregolazione?
«È un timore legittimo, ma va analizzato da una giusta prospettiva. Pensiamo all'automobile, di cui si impedisce la guida fino ai 18 anni, età in cui si raggiunge la maturità cognitiva. Perché per il digitale dovrebbe essere diverso? Quando, erroneamente, si teme che ritardare l'accesso allo smartphone renda i ragazzi 'ignoranti' del mezzo, ci si dimentica che, nel tempo trascorso lontano dallo schermo, nel mondo reale, il minore accumula competenze ed esperienze. È proprio questa solida palestra di vita a fornirgli gli anticorpi cognitivi ed emotivi indispensabili per autoregolarsi. Un ragazzo che impara a gestire la vera frustrazione, o la pazienza sarà, di fatto, più attrezzato per gestire anche la complessità del mondo digitale quando arriverà il suo momento».
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Beatrice Silenzi

