Don Umberto Zanaboni: «Tantissimi giovani hanno capito che il mito del benessere non basta»
Se gli chiedi quale spiraglio di luce vede in questi tempi bui, don Umberto Zanaboni non esita e t’inchioda a una risposta che sembra un’auto lanciata in contromano. Quando tutti danno addosso ai giovani e agli adolescenti, quelli su cui piovono analisi da ogni dove, caduti in un vuoto di senso che li rende violenti come abbiamo visto a Milano e non solo, lui li indica invece come la riscossa da cui partire, altro che vuoti. È da condannare lo sfascio senza senso che, per la verità, ha interessato una minoranza; resto il tanto che di buono hanno i ragazzi e noi non vediamo. Ad esempio la spinta a desiderare una realizzazione più alta del solo benessere in cui ci ripieghiamo noi adulti. Secondo l’incaricato della Pastorale Missionaria e Primo annuncio e della Pastorale Migrazioni, la narrazione sulle nuove generazioni è troppo miope, per non dire cieca del tutto. In questa lunga intervista, Zanaboni invita a una generale apertura verso l’altro e a scorgere proprio nei ragazzi di oggi qualcosa di inaspettatamente bello e sorprendente.
Don Umberto, il clima di violenza e di odio anche nella nostra società pare impossibile da spegnere. Vede qualcosa, nello suo spaccato quotidiano, che va in senso opposto, e quindi le fa credere che sia possibile una convivenza pacifica?
«Rispondo in modo diretto: ciò che oggi mi dà una fiducia straordinaria sono i giovani. Nelle nuove generazioni vedo qualcosa di meraviglioso. Nel loro modo di pensare, nei loro desideri e nei loro stili di vita sono spesso l’esatto opposto delle nostre generazioni di quarantenni, cinquantenni e sessantenni. Dagli anni Ottanta a oggi, precise scelte economiche e politiche ci hanno portato a mettere il lavoro, il denaro e il successo al posto della vita. I giovani, invece, stanno cominciando a capire che il mito del benessere, così come lo abbiamo costruito e raccontatoci ci sta conducendo dritti nel baratro. E cercano, non senza fatica, di liberarsene. Perché noi adulti abbiamo impostato tutto sul lavoro e sull’accumulo di denaro, al punto che, senza un lavoro e senza soldi, rischiamo di sentirci delle nullità. Abbiamo finito per confondere ciò che facciamo con ciò che siamo. Molti giovani scelgono di viaggiare, di trascorrere mesi o anni in altre parti del mondo, di vivere con coetanei di culture diverse, di mangiare i cibi di altri popoli e di condividere ciò che ci accomuna tutti: l’umanità. Quando li vedo relazionarsi tra loro, non sembrano avere problemi di lingua, di provenienza, di colore della pelle, di cultura o di religione. Riconoscono l’essere umano che hanno davanti con una naturalezza disarmante. Non hanno bisogno di essere uguali per riconoscersi simili».
Da quale cultura dobbiamo liberarci?
«Una cultura politica che esalta il contrario: una retorica del disprezzo che etichetta le persone come «stranieri», «maranza», «clandestini», «invasori», alimentando paura e insicurezza per invocare tolleranza zero, pugno di ferro e sicurezza a ogni costo. Sembra quasi che, per rassicurare gli italiani, sia necessario indicare loro qualcuno da temere. Ma una società non diventa più sicura soltanto perché impara a individuare meglio i propri nemici. La sicurezza è un diritto, certo, ma lo sono anche la dignità, l'accoglienza e la possibilità di vivere insieme senza essere trasformati in una minaccia per il solo fatto di essere diversi. Il mondo degli adulti non sta rendendo un buon servizio alle giovani generazioni. Al contrario, rischia di soffocare proprio quel sogno di fraternità universale, il solo capace di salvarci dall'odio e portarci alla pace. E il paradosso è che, mentre tanti giovani cercano di abbattere muri, noi adulti sembriamo impegnati a ricostruirli. Forse dovremmo smettere, almeno per una volta, di insegnare ai giovani come si vive e cominciare a imparare da loro».
Durante l’incontro di lunedì mattina al Filo, lei ha detto che il punto di partenza è la relazione. Come si fa a riattivare il desiderio di ascoltare e guardare l’altro senza sospetto? È sufficiente continuare a ripetere che è l’atteggiamento giusto per far sì che si realizzi negli adulti e nei giovani, o serve anche altro?
«A questa domanda rispondo proponendo due cose. La prima è che dobbiamo fare noi il primo passo, senza aspettare che siano gli altri a farlo. Dobbiamo essere noi a desiderare l’incontro, ad accogliere, a lasciare aperta la porta. Per noi che ci diciamo cristiani, l’accoglienza non è un optional , ma qualcosa di sacro. La Lettera agli Ebrei dice: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Eb 13,2). Ecco, dovremmo ricordarcelo più spesso: nell’altro che ci fa paura potrebbe nascondersi proprio l’angelo che non siamo capaci di riconoscere. La seconda cosa è tornare a vedere i volti. Perché quando dimentichiamo i volti, quando le persone diventano numeri, categorie, etichette, iniziano le tragedie e gli orrori. È molto più facile avere paura di una categoria che guardare negli occhi una persona. Eppure è proprio da lì che dobbiamo ripartire: dallo sguardo, dall’ascolto, dalla disponibilità a lasciarci sorprendere dall’altro. Quando apriamo sinceramente il cuore, spesso anche chi ci sta davanti trova il coraggio di aprire il proprio».
Lei ha detto: dobbiamo cominciare a imparare dai giovani. Mi faccia un esempio concreto.
«Lunedì mattina (26 ottobre, ndr) , all’incontro al cinema teatro Filo, erano presenti una decina di minori stranieri non accompagnati del Centro Diurno Giona, accompagnati dalle loro educatrici. Erano tutti musulmani. Sai quale desiderio hanno espresso? Quello di organizzare in piazza del Duomo un incontro di preghiera per la pace, insieme ai cristiani. Ti rendi conto? Ragazzi che spesso vengono raccontati come un problema da gestire ci stanno proponendo, invece, un gesto di fraternità e di speranza. Non chiedono di alzare muri, ma di pregare insieme. Non di dividere, ma di incontrarsi proprio a partire da ciò che abbiamo di più intimo e sacro. E allora mi domando: chi dovrebbe insegnare a chi? Noi adulti, così pieni di discorsi sulla convivenza, o questi ragazzi, che con una semplicità disarmante ci mostrano come si costruisce la pace? Faremo di tutto per organizzare questo momento. Ai giovani non si può dire di no quando il loro desiderio nasce dal cuore».
Don Umberto, lei è vicepostulatore della causa di beatificazione di don Primo Mazzolari. Mi dice due motivi per cui questa figura ha qualcosa da insegnare anche oggi nel cammino verso la pace?
«Il primo grande insegnamento di don Primo è stato quello di rompere il silenzio sulla guerra e sulla pace, soprattutto quando tornava ad affacciarsi lo spettro della bomba atomica. Parroco di una piccola comunità tra l’Oglio e il Po, fondò il quindicinale Adesso, letto in tutta Italia, e condusse una battaglia coraggiosa, nonostante le ripetute condanne e le incomprensioni da parte di autorità ecclesiastiche. Aveva capito che di fronte alla guerra tacere non significa essere neutrali: significa, spesso, lasciare che le cose continuino come prima. Per Mazzolari la guerra non era una fatalità della storia, né uno strumento inevitabile della politica: era un’organizzazione al servizio della morte, una forma strutturata di violenza che l’umanità avrebbe dovuto avere il coraggio di mettere al bando. Perché la guerra non comincia quando partono i missili o sparano i cannoni. Comincia molto prima, quando si costruisce il nemico, si alimenta l’odio, si disumanizza l’avversario e si arriva a considerare sacrificabili le vite degli altri, soprattutto quelle dei più poveri».
E Mazzolari come può aiutarci ora?
«Mettendoci davanti a una domanda scomoda: perché oggi siamo così silenziosi? Per paura di perdere i nostri privilegi? Per ignavia? Perché, con le pance piene e le nostre vite al riparo, preferiamo non guardare troppo da vicino ciò che accade? Ci indigniamo per qualche giorno, poi ci abituiamo. La guerra diventa una notizia tra le altre, le vittime diventano numeri, le distruzioni immagini che scorrono sugli schermi mentre noi continuiamo la nostra giornata. La guerra vera è fatta di fame, ingiustizia, corpi mutilati, case rase al suolo, bambini uccisi, famiglie spezzate. È fatta di violenza inaudita e di odio che si trasmette da una generazione all’altra. E poi ci sono i megafoni della propaganda, le parole solenni con cui si giustifica l’ingiustificabile, si benedicono le armi e si presenta la morte come una necessità. Questo è ciò che Mazzolari ci aiuta a vedere: dietro le giustificazioni politiche, dietro le strategie militari e dietro la retorica della forza ci sono esseri umani che pagano un prezzo terribile per decisioni prese da altri. E ci ricorda che la pace non si costruisce limitandosi a invocarla: bisogna avere il coraggio di denunciare ciò che la distrugge, anche quando questo significa andare controcorrente, disturbare il potere e mettere in discussione le nostre comodità».
Il secondo insegnamento?
«Riguarda il riconoscimento dell’altro e la capacità di costruire la pace a partire dalle relazioni. Ma, su questo, preferisco lasciare la parola direttamente a don Primo, perché certe parole, quando sono così profonde e attuali, non hanno bisogno di essere spiegate: hanno bisogno di essere ascoltate. “ Quando il cristiano ha vergogna di un uomo, quando arrossisce di sentirsi uomo di fronte a un altro uomo, anche se recitiamo il Credo a voce spiegata, abbiamo rinnegato il Vangelo e il Cristo. La più grande tristezza è di non avere ancora una conoscenza reale di certe sofferenze: le immaginiamo, ma una conoscenza fantasiosa è sempre fredda e spesso irta di pregiudizi. Chi conosce il povero? Ogni creatura può essere guardata sotto due punti di vista, uno dei quali è buono. Ma, per vedere il lato buono, ci vuole un occhio chiaro; per avere l’occhio chiaro, bisogna lavarlo continuamente alla fonte dell’amore ”».
Cristiano Guarneri

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