Don Bruno Bignami. «Per capirlo, serve fare esperienza diretta di quanto sia più soddisfacente»
Don Bruno Bignami, prete della diocesi di Cremona, è docente di Teologia morale presso la Pontificia Università Gregoriana e Urbaniana e l'Istituto Teologico di Brescia. Il suo intervento, il 28 ottobre alle 18 al Teatro Monteverdi, aveva come titolo “ Educare alla pace oggi ”.
Don Bignami, come si può ritrovare la dimensione dell'incontro con l'altro, sottraendola alla logica della polarizzazione che domina il nostro tempo?
«La condizione di polarizzazione in cui viviamo non è affatto un dato naturale, bensì frutto di una deliberata costruzione culturale e politica. Per promuovere una vera educazione alla pace, si deve essere consapevoli che esiste anche una sistematica educazione alla guerra ed un apparato economico, sociale e comunicativo che pone, al centro delle relazioni, la logica del sospetto e la necessità di individuare un “nemico”. La società contemporanea è questa ed è dominata da una dicotomia semplificatoria in cui il “noi” contro il “voi” risponde a una povertà relazionale di fondo e tale approccio è il rifugio di coloro che non possiedono gli strumenti per abitare la complessità. La maturità relazionale, invece, richiede coraggio nel sospendere il giudizio immediato per dare spazio alla comprensione reciproca».
Ci sono modelli educativi capaci di guidare le persone oltre questo schema binario?
«No ed il dramma del nostro tempo risiede proprio in questa assenza. Oggi siamo indotti a credere che l’unico modo per affermare la nostra identità sia la contrapposizione, ma è un errore di prospettiva, perché la vera affermazione del sé non avviene attraverso la negazione dell’altro, semmai attraverso la capacità di costruire legami significativi. È necessario un cambio di paradigma radicale, che oggi è ostacolato da un bombardamento mediatico tale da alimentare costantemente rivalità e inimicizia. Dobbiamo trasformare qualitativamente la nostra quotidianità, testimoniando attraverso azioni concrete, che la pienezza della vita si realizza nell'incontro e nel riconoscimento dell’altro. E quando il singolo farà esperienza diretta di quanto sia più profondo e soddisfacente amare, piuttosto che sospettare, la logica della polarizzazione potrà essere scardinata».
Se il conflitto fa parte del vivere quotidiano, come si può gestire?
«Il conflitto non va inteso né come un’anomalia, né come una tragedia, è una dimensione intrinseca dell’esperienza umana e la presenza di una divergenza è la prova tangibile che esistiamo come individui distinti, portatori di prospettive differenti. Il problema, dunque, non è l’esistenza del conflitto in sé, ma il modo in cui scegliamo di abitarlo».
Come?
«Possiamo distinguere tre approcci. La negazione, ovvero fingere che il conflitto non esista, ma significa solo procrastinarlo, permettendogli di accumularsi fino a un’inevitabile esplosione. La violenza, quindi una grave forma di povertà relazionale in cui si cerca di risolvere ogni divergenza attraverso la prevaricazione: metodo che, oltre ad essere distruttivo, non risolve mai la radice del disaccordo, si limita a soffocarlo. Poi c’è una terza via che consiste nel trasformare il conflitto in un’opportunità, attraverso la logica dell’ascolto e della proposta: quando siamo convinti del valore di ciò che portiamo, dobbiamo offrirlo. Dal punto di vista educativo, questo è il punto cruciale: un valore non viene mai appreso tramite l’imposizione, ma attraverso l’esperienza che ci arricchisce. Dobbiamo rieducarci a trasformare lo scontro in un dialogo in cui la crescita sia sempre reciproca».

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Beatrice Silenzi







