

Focus
Il dovere di un cronista e i “perché” dei ragazzi
Sopra, Luigi Garlando durante l’incontro al Ghisleri con tutte le classi terze delle Secon-darie di primo grado di Cremona, in cui si è dibattuto dei contenuti del suo libro
Luigi Garlando. Intervista all’autore di “Mio padre scrive la guerra”, che ha dialogato con gli studenti
Il “Giro d’Italia per la pace” ha vissuto un momento coinvolgente nella mattinata di martedì 27 ottobre presso l’Istituto Ghisleri. In questa sede, duecento studenti delle classi terze di tutte le secondarie di primo grado di Cremona, che nelle vacanze avevano partecipato alla gara di lettura promossa dalla libreria Timpetill di Via Mercatello, hanno dialogato con il giornalista de La Gazzetta dello Sport Luigi Garlando, autore di diversi libri tra cui “ Mio padre scrive la guerra ” uscito nel 2005. Il volume contiene un fitto scambio di lettere tra un figlio e il padre inviato speciale in Afghanistan, sequestrato sulla strada per Kabul.
Nel pomeriggio di martedì abbiamo sentito telefonicamente il giornalista, mentre stava tornando a Milano, per alcune informazioni sul suo libro insieme a qualche considerazione sull’evento.
Cosa l’aveva spinta a scrivere questo libro?
«L’avevo scritto perché ero rimasto molto scosso per la tragica morte della giornalista del Corriere della Sera , Maria Grazia Cutuli che nel novembre 2001 era stata rapita mentre si spostava da Kabul a Jalalabad. Era molto giovane, proprio ieri avrebbe, infatti, compiuto 64 anni, e la conoscevo molto bene perché ci trovavamo spesso in mensa a parlare di tante cose, compresi i nostri viaggi di lavoro. L’emozione provata per la sua tragica morte mi spinse a scrivere questo libro per far capire l’importanza del giornalismo di guerra che mostra le sofferenze dei civili prima ancora dei militari».
Quale quindi il ruolo dell’inviato di guerra oggi?
«Può essere un primo passo per arrivare a un mondo senza guerre, un mondo dove si risolvono i problemi con i colloqui, muovendosi in prima persona. Credo che i giornalisti debbano sempre ricercare la verità sul posto. Ritengo che la lezione di Montanelli, che sosteneva che il giornalismo si fa con le scarpe e andando dove ci sono le guerre come faceva appunto Cutuli, sia ancora valida. Un insegnamento questo ancora più valido oggi che viviamo in un tempo in cui prevale la tendenza a non muoversi perché le notizie arrivano a casa come se fossero pacchi di Amazon».

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Paolo Fornasari Granelli




