Mauro Ceruti: «La nostra società segnata da una profonda inquietudine»
La vita professionale rappresenta fuor di ogni dubbio una delle dimensioni fondamentali della nostra vita di tutti i giorni; raramente, però, presi dai mille impegni, capita di interrogarsi su cosa significhi realmente per noi il «lavoro», sulle ragioni per le quali si lavora e sui fini che ci si propone. Cerchiamo di farlo ora, facendoci aiutare dal prof. Mauro Ceruti, docente emerito di Filosofia della Scienza e direttore del Centro di Ricerca sui Sistemi Complessi presso l’Università Iulm di Milano, che in un suo libro dal titolo «Il tempo della complessità» ha evidenziato come le conoscenze specialistiche, pur avendo consentito indubbi progressi, abbiano anche frammentato i saperi e siano diventate un ostacolo alla comprensione dei problemi attuali.

Professore, ritiene che questo valga anche per il lavoro?
«Guardi, fino a qualche tempo fa la formazione scolastica precedeva l’ingresso nel mondo del lavoro; si trattava poi, nel corso della propria vita lavorativa, di fare qualche aggiornamento, ma le competenze di base rimanevano quelle apprese sui banchi di scuola. Oggi invece non è più così: la trasformazione dei lavori e l’evoluzione della tecnica richiedono di imparare un altro linguaggio, un’altra grammatica, diverse volte nel corso della vita. Per questo la Scuola oggi non deve diventare più professionalizzante, perché ciò che è più professionalizzante oggi rischia di essere obsoleto tra pochissimi anni. Ciò che la Scuola deve fare invece è, per così dire, “insegnare ad imparare” ovvero mettere i giovani in grado di sviluppare un’intelligenza capace di apprendere nel corso di tutta la vita. D’altro canto, le organizzazioni del mondo del lavoro sono destinate a svolgere sempre di più quel compito di formazione, che prima era demandato quasi per intero alla Scuola. A me ormai succede da tanti anni: vengo contattato da vari direttori del personale per segnalare loro studenti vivaci e bravi in discipline umanistiche in grado di rigenerare poi la loro capacità di apprendimento professionale, da destinare a funzioni in genere legate di per sé ad una formazione tecnico-scientifica: insomma, c’è bisogno, come diceva Michel de Montaigne, di “teste ben fatte, non di teste ben piene”. E questo vale per i lavori artigianali come per quelli che richiedono un diploma oppure una laurea»...
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Mauro Faverzani


