

Attualità
Paolo Picchio Il padre di Carolina, presidente dell’omonima Fondazione
«Rendere la nostra comunità consapevole di certi rischi»
«Internet usato in modo distorsivo anche da tanti, troppi adulti»
Dopo la tragica perdita della figlia Carolina, Paolo Picchio è diventato un instancabile promotore della Legge 71/2017 contro il cyberbullismo e ha promosso la Fondazione a nome proprio della figlia.
Come Presidente onorario della Fondazione Carolina, qual è, a suo avviso, il principale impatto che le iniziative hanno nella lotta al cyberbullismo e quali sono le sfide più grandi che si presentano?
«L’avvio della legge, nel ’17, è stata la molla che ha dato il via a tutto e ha fatto sì che il cyberbullismo non venisse derubricato come semplice “ragazzata”, ma un reato da perseguire. La legge è stata pensata per aiutare i ragazzi e, a seguire, tutta la comunità, dalla scuola ai genitori. Tuttavia, dal momento che una cosa è promulgare una legge e recepirla ed un’altra è darle concretezza, all’attuazione occorreva qualcosa in più: un intervento diretto sul campo.
Questo è avvenuto grazie alla Fondazione Carolina, costituita per andare ad incontrare i ragazzi nelle scuole, negli oratori, nei centri sportivi. Tramite la Fondazione, oggi, riusciamo a parlare con ragazzi straordinari, attenti e sensibili a recepire subito problemi e insidie che derivano dall’uso inconsapevole della tecnologia. Come Fondazione, poi, ci occupiamo di ricerca, elargendo a giovani, ad insegnanti e genitori validi strumenti che li accompagnino nella vita quotidiana, al fine di diventare tutti consapevoli delle conseguenze dei propri comportamenti. L’uso già in tenera età della Rete è profondamente dannoso. Le norme dei social stessi ne prevedono l’utilizzo non prima dei 14 anni e non per volontà punitiva, ma perché i rischi sono tanti e diversificati. Assistiamo impotenti a che molti bambini, nella scuola primaria, abbiano un telefonino in mano, senza alcun controllo, né capacità cognitive adeguate. La colpa è di genitori distratti, di adulti inconsapevoli che non accompagnano per mano i loro figli negli aspetti più deteriori di questa tecnologia».
Il suo libro “Le parole fanno più male delle botte”, nato in seguito alla vicenda di Carolina, ha l’obiettivo di diventare un veicolo potente affinché anche altri possano condividere il suo messaggio. C’è un’immagine o un concetto che vorrebbe che ogni ragazzo portasse con sé riguardo all’uso consapevole della Rete e al rispetto reciproco?
«Una delle cose a cui tengo di più - soprattutto negli incontri in presenza - è far comprendere ai ragazzi che è fondamentale recuperare e gestire la fisicità. I giovani sono diventati abulici nei rapporti interpersonali, invece è importante abbracciarsi, perché - come sono solito dire - “un abbraccio reale vale più di mille like” e non è solo un segno di appartenenza, ma un vero e proprio trasferimento di emozioni. È come dire all’altro: “Io ci sono!”. Poi manca un dialogo autentico fra generazioni. Carolina, nella sua ultima lettera sottolineava l’importanza di essere più sensibili alle parole. Ecco, le parole sono alla base di un dialogo costruttivo e capire che hanno un peso è fondamentale, è il messaggio ciò che vorrei ogni volta trasmettere a tutti, soprattutto ai ragazzi».
La Fondazione garantisce un prezioso supporto alle vittime e svolge attività di formazione, verso tutti i giovani. Negli incontri come quello del 28 ottobre, oltre al suo racconto personale, quali aspetti specifici saranno approfonditi dagli educatori per lasciare un segno concreto nei ragazzi delle scuole superiori?
«Vorrei far capire che Internet è un “ambiente” in cui vivono anche i ragazzi e che per questo non va demonizzato, tuttavia, anche se ci si trova nel digitale, vi sono regole che vanno rispettate, esattamente come capita in una società reale. Chi opera nel mondo virtuale deve rispetto agli altri, specie nell’atto di inviare un messaggio. Deve essere consapevole che quelle parole avranno un effetto su chi lo riceverà e se sarà sgradito, potrà innescare una sofferenza che il destinatario potrebbe non saper gestire. Quando parlo ai giovani sottolineo proprio questo: vorremmo aiutarli a diventare i bravi genitori di domani. Il punto è che giovani e adulti utilizzano la Rete in maniera totalmente distorsiva; inoltre siamo circondati da troppa fragilità che colpisce trasversalmente tutti: la depressione è all’ordine del giorno. Lo scorso anno, nel nostro Paese, vi sono state più assenze da scuola per depressione che per altro tipo di malattia. Questo è un problema a cui prestare attenzione, una difficoltà sociale che deve essere gestita al più presto».
È ammirevole la sua forza nel parlare così serenamente, pur vivendo un dolore così profondo. Dove trova la forza per fare ciò che fa?
«La forza, da sempre, me la dà mia figlia Carolina. Dopo un primo periodo di totale stordimento in cui non riuscivo a comprendere l’accaduto, ho deciso di darmi un motivo per continuare a vivere ed ho pensato che anche lei, sempre nella sua ultima lettera, mi aveva lasciato la sua testimonianza. A me il compito di diffonderla tra i ragazzi, per aiutarli e sensibilizzarli».
L’evento di Cremona mira a diversificare le tematiche per coinvolgere un vasto pubblico. Qual è la sua aspettativa quando si trova in consessi come questo, specie in un’ottica di prevenzione a lungo termine?
Per la Fondazione è importante parlare di responsabilità dell’opinione pubblica sul fenomeno, perché il bullismo ed il cyberbullismo sono presenti, in maniera differente, dalla tenera età. Anche il 28 ottobre mi aspetto di riuscire a far comprendere il significato vero dell’empatia, attraverso la capacità di gestire le emozioni. Quando accadono dei fenomeni questi non sono che la punta dell’iceberg. È necessario lavorare a monte, rendendo tutta la comunità più sensibile a certe tematiche e a cogliere gli aspetti fondamentali dei rapporti umani che dovrebbero essere basati sul rispetto, l’amicizia, l’amore verso il prossimo e sulla gestione di sentimenti negativi, che pure ci sono, esistono, dall’invidia, alla gelosia, all’indifferenza».

Beatrice Silenzi
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