Attualità
Ivano Zoppi Segretario della Fondazione: «Nelle scuole troppi interventi spot»

«Ascolto e continuità educativa, le soluzioni»

«Non demonizzare, ma neanche normalizzare i comportamenti tossici»

Il lavoro della Fondazione Carolina si inserisce in un panorama istituzionale che in ambito italiano ed europeo opera su più fronti per regolamentare la vita online dei giovani. Ne parliamo con Ivano Zoppi, Segretario generale della stessa Fondazione.
Ivano Zoppi Segretario della Fondazione Carolina
Ivano Zoppi Segretario della Fondazione Carolina
Zoppi, come riuscite a mettere in campo un progetto come questo, da anni e con questi risultati?
«Perché è ambizioso, ma necessario. E se da una parte, il nostro impegno va nella direzione di unire primariamente due forze: quella legislativa e quella regolamentativa, dall’altra vi è un ambito culturale che dev’essere costantemente rafforzato, attraverso un percorso di educazione e formazione in cui coinvolgere genitori ed insegnanti, professionisti a cui affidiamo i nostri ragazzi. Il compito della Fondazione si indirizza proprio sui giovanissimi, mirando a far conoscere loro il fenomeno. Lo sappiamo, nelle scuole vi sono molte iniziative, però spesso sono solo attività di formazione “a spot”, o giornate di sensibilizzazione: manca una continuità educativa, che per noi è, invece, di fondamentale importanza».
Dal momento che operate in molte realtà locali, quanto interesse c’è, da parte del pubblico, su un tema così importante? 
«L’interesse, purtroppo, scatta sempre nel momento in cui, in cronaca, avviene un fatto di grande rilevanza. È solo allora che ci si concentra sul fenomeno. Però il cyberbullismo non è il problema, ma solo una conseguenza: è il frutto di un albero malato. Serve nuova linfa a quell’albero: serve partire dalla scuola dell’infanzia per accompagnare bambini, genitori e docenti a capire e a gestire le emozioni. Quotidianamente incontriamo ragazzi che vivono la sofferenza, la dipendenza, che sono vittime o autori di atti di bullismo, o di cyberbullismo. È chiaro che la soluzione non è nella demonizzazione della tecnologia, che è diventata parte integrante della nostra vita, però non vanno normalizzati i comportamenti tossici, perché la possibilità di trovarsi di fronte ad un ragazzo che vive una fragilità invisibile a tutti e che non possiede gli strumenti per gestire situazioni di rischio, c’è sempre».
Qual è il vostro modus operandi per riuscire a gestire il disagio giovanile sempre più dilagante? 
«Solo l’ascolto. L’ascolto è la chiave per entrare in relazione con un ragazzo vittima di bullismo, o con il bullo stesso, o con genitori che talvolta si sentono inadeguati, o con famiglie in difficoltà. Ascoltare in maniera attiva è difficile ma, quando ci si riesce, gratificante. È l’aspetto che caratterizza maggiormente la nostra attività: l’ascolto, di tutti».
Beatrice Silenzi
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