Gemelli, il parere di Erica Valsecchi, pedagogista e mamma di Maddalena e Matilde
La dottoressa Nancy Segal, direttrice del Twin Studies Center presso la California State University, è considerata la massima autorità mondiale in tema di gemelli. Nei suoi studi, dopo aver analizzato i test di laboratorio come elettroencefalogrammi sincronizzati e risposte automatiche a stimoli separati, è giunta a dimostrare come i rari casi di presunta “telepatia” tra gemelli non superino mai la frequenza casuale e vadano piuttosto ascritti alla falsificazione retrospettiva (ad esempio, ricordare il presentimento solo dopo aver saputo dell’evento) ed al bias di conferma ovvero al pregiudizio, che fa andare le cose esattamente così come si vorrebbe che andassero.
Insomma, pare proprio, secondo la rassegna scientifica di riferimento e secondo gli studi controllati, che su questo argomento vi siamo molti “miti paranormali” da smontare. Ma è proprio così? Lo chiediamo alla dottoressa Erica Valsecchi, pedagogista, autrice di due libri di estrema attualità, «Emergenza bullismo: manuale di sopravvivenza per i ragazzi, per i genitori e gli educatori», nonché «Adolescenti in bottiglia: ragazzi ed alcool, che fare?». Laureata in Scienze dell’Educazione, coordinando aree 0-6 anni e l’animazione anziani, è consulente per adolescenti, giovani e famiglie. Ma soprattutto è mamma di due splendide gemelle, ormai quindicenni, Matilde e Maddalena.
Dottoressa, è possibile per i gemelli costruire una propria identità personale, a prescindere l’uno dall’altro?
«Sì, è possibile. E aggiungo: è un diritto. I gemelli non nascono come "metà di una persona". Nascono come due persone intere, che hanno avuto il privilegio e la fatica di iniziare la vita insieme. Il rischio più grande non è il legame. Il rischio è l’etichetta. Quando la famiglia, la scuola, gli amici dicono sempre "i gemelli", al plurale, senza nome.
L’identità personale nasce quando ognuno può rispondere alla domanda: "Chi sono io, quando l’altro non c’è?". E questo non significa per forza separarli a tre anni alla scuola dell'infanzia o a sei anni alla primaria. Significa seguire i loro ritmi. Come si fa? Dando spazio alla differenza nelle piccole cose: il vestito, lo sport, l’amico, la materia preferita. Dedicando tempo "uno a uno": garantire almeno trenta minuti con mamma, trenta minuti con papà, senza confronti. E soprattutto smettendo di usare (...)».

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Mauro Faverzani

