Il giudice Beluzzi: «Estrarre le informazioni più velocemente per “liberare” il professionista»
L’accostamento tra “giustizia” e “AI” a prima vista può suonare contraddittorio. Questo perché l’idea di un processo in tribunale governato dai dispositivi tecnologici rimanda a uno scenario in cui l’attribuzione dei concetti di “giusto” e “sbagliato” viene appaltata ad automi apatici e spietati. Al di là dei preconcetti e delle fantasie, però, tra i due mondi esistono delle convergenze. Pierpaolo Beluzzi, giudice del Tribunale di Cremona dal 2004, da oltre due anni svolge sperimentazioni intense sull’AI. Da tempo, inoltre, si spende per un rinnovamento del sistema giudiziario a misura delle nuove tecnologie: «Fin dal mio arrivo a Cremona mi sono occupato di digitalizzazione della giustizia – ricorda –. Ho iniziato con la realizzazione del fascicolo DIGIT, che riguardava la possibilità di dematerializzare gli atti giudiziari in formato Pdf, iniziativa che ha ricevuto diversi riconoscimenti. Dietro c’era anche una logica economica: in precedenza, il ministero aveva investito in soluzioni proprietarie mastodontiche, che in breve erano diventate obsolete a causa dell’inefficienza e dovevano essere sostituite spendendo altro denaro. I Pdf, invece, erano le mie “pepite”, potevano essere letti in ogni piattaforma e avevano una vita programmata lunghissima».
Il fine ultimo era snellire la burocrazia?
«L’approccio è sempre stato creare servizi di qualità per gli utenti, come possono essere il cancelliere o il giudice stesso. Non è tanto snellire, si tratta di efficienza ma anche di efficacia, migliorare l’output dei nostri atti attraverso un contenuto in grado di resistere al tempo. L’efficientamento, la trasportabilità, la capacità di ritrovare le informazioni sono effetti successivi. Tutto il mio lavoro parte da un intento: “liberare” la componente umana, l’humanitas, del professionista. Nel sistema tradizionale, su cento ore di lavoro, il giudice può occuparne novanta con l’estrazione delle informazioni e solo dieci all’interpretazione del caso. Allargando quest’ultima fase, invece, l’analisi e la creatività del professionista si esaltano».
Questi concetti ritornano in una sua pubblicazione recente, dove afferma che l’AI impone un ripensamento della leadership nella giustizia…
«Ho sviluppato personalmente una serie di progetti e applicazioni che consentono al dirigente di cambiare fondamentalmente il proprio ruolo. In questo momento, siamo parte di una struttura piramidale: le informazioni partono dalla base e arrivano filtrate al punto apicale, il manager. La mia invece è una concezione che prevede una figura del giudice simile a quella dell’architetto. In questo modo la piramide scompare e si forma una rete orizzontale, complessa, connessa da vari nodi. Il dirigente non è più un capo, bensì un collaboratore di alto livello, un architetto che deve pensare alle soluzioni; un uomo al servizio della struttura, figura anche più “democratica” per quanto riguarda la gestione dei collaboratori».

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Francesco Gamba







