Damiano Meo Il docente di Pedagogia: «Non è militanza politica, ma protesta trasformata in show»
La devastazione, che ha ferito nei giorni scorsi città come Milano, Bologna, Roma, Firenze, Torino, pone grossi interrogativi. Cremona è stata risparmiata, nonostante i burrascosi messaggi giunti sulle chat dei giovani alla vigilia di un blitz fortunatamente solo annunciato, ma mai realizzato.
Si calcola che le manifestazioni violente, avvenute in Italia negli ultimi due anni, limitandosi solo a quelle più gravi, abbiano prodotto oltre 4 milioni di danni ed il bilancio è ancora provvisorio e non tiene conto, ad esempio, dei mancati introiti. Perché tutto questo?
Un’idea se l’è fatta il prof. Damiano Meo, docente di Pedagogia Speciale per l’Inclusione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e formatore del CeDisMa-Centro Studi e Ricerche sulla Disabilità e Marginalità dello stesso Ateneo.
Professore, cosa può aver scatenato tanta violenza?
«Gli eventi di guerriglia urbana dei giorni scorsi, che tra l’altro hanno coinvolto centinaia di minorenni, ci interpellano e non sono da sottovalutare. Non possiamo abituarci all’idea che la bufera sia passata, limitandoci a buttare la polvere sotto i tappeti.
Una delle motivazioni è sicuramente da individuarsi in un bisogno adrenalinico di apparire a tutti i costi: non siamo di fronte ad una forma di militanza politica o ad un’ideologia strutturata, bensì ad una protesta, sorta talvolta su temi caldi e dissensi anche giusti, ma svuotata del suo senso originario e trasformata in uno show, in un evento gruppale. L’imperativo diventa apparire sui social, riprendersi con lo smartphone, postare tutto e cercare la gloria effimera dell’esserci in quel momento, partecipare ad una giostra gratuita ed autoreferenziale».
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Mauro Faverzani



