Oasi Ca' Rossa, Pieve d'Olmi: per problemi strutturali a volte si svuota ma vale più di quanto s'immagini
Nella provincia di Cremona c’è un lago. Ci sono arrivato alle sei e mezza di mattina, con la luce ancora orizzontale e la pianura avvolta in quella nebbiolina bassa che in primavera resiste fino al sorgere del sole. La strada per Pieve d’Olmi è dritta come un righello, costeggiata da filari di pioppi che sembrano disegnati da qualcuno con poca fantasia. Li guardi e pensi: ancora. Poi arrivi.
Pieve d’Olmi è un comune di poco più di milleduecento abitanti. Nella provincia di Cremona ce ne sono decine così: paesi che esistono da secoli, con un nome, una storia, qualcuno che ci è nato e non se n’è mai andato. Paesi che dimentichiamo per primi, noi che ci siamo cresciuti vicino. Spesso è proprio lì che si trova qualcosa di inaspettato. Nelle puntate precedenti di questa rubrica ho raccontato persone: chi è rimasto, chi è tornato, chi parte e torna senza smettere né di partire né di tornare. Questa volta ho voluto raccontare un luogo, perché la sua storia mi sembrava dire qualcosa di preciso su questo territorio, e su come cambia senza che quasi nessuno se ne accorga.
Quello che oggi è indicato sulle mappe per escursionisti come oasi era, fino a trent’anni fa, una serie di cave industriali. Da qui veniva estratta l’argilla che serviva a fare i mattoni della pianura: quelli delle case, dei capannoni, dei cortili. Un lavoro lento, che ha scavato nel terreno fino a quando non c’era più niente da prendere, e poi si è fermato. Il vuoto che restava si è riempito d’acqua, di pioggia, di falda, di caso, e nel giro di qualche decennio la natura ha colonizzato quello spazio con la stessa pazienza con cui aveva colonizzato tutto il resto. Oggi il FAI la annovera tra i luoghi da conoscere e preservare. Lo specchio d’acqua principale (...).


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Umberto Ferrero

