

Focus
Innovazione, in una terra contesa
I Data Center sono nodi nevralgici della sovranità digitale, componenti indispensa-bili per custodire i dati sanitari, gestire le transazioni bancarie, governare i trasporti e fare ricerca scientifica. La questione centrale non è decidere se costruirne, ma stabilire collettiva-mente dove, come e a quali inderogabili condizioni ecologiche sia lecito farlo
La fame di gigawatt dell'AI. Il digitale non è etereo, ha bisogno di risorse fisiche, preziose e già scarse
C’è stato un tempo in cui chi si occupava di digitale, di Web e di cultura tecnologica si affannava a ricordare al resto del mondo che “virtuale è reale”. Negli anni Novanta e nei primi Duemila, quella frase era un monito etico, quasi un imperativo pedagogico: serviva a rammentare che dietro ciò che appariva sugli schermi dei PC c’erano persone in carne e ossa, sentimenti autentici, responsabilità giuridiche precise. All’epoca lo si faceva soprattutto per arginare i primi veleni della Rete, quel senso di onnipotenza e di sfrontata impunità che illudeva (e illude) molti di poter aggredire, diffamare o distruggere il prossimo senza conseguenze, nascondendosi dietro la comoda maschera di uno pseudonimo o di un profilo fittizio.
Erano tempi ingenui, animati da una comunità pionieristica che guardava al cyberspazio come a una frontiera libertaria ed emancipatrice, capace di scardinare le asimmetrie del potere tradizionale e democratizzare l’accesso alla conoscenza e all’imprenditoria. Era un tempo di uomini e donne che in Rete intessevano relazioni globali, organizzavano movimenti d’opinione, davano vita a progetti culturali ed economici che la geografia analogica avrebbe reso impensabili.
Ovviamente nessuno sano di mente, già allora, riteneva che l’infrastruttura del Web fosse a costo zero: c’erano i server da alimentare, le dorsali oceaniche di rame e fibra da posare, i computer da assemblare. Eppure, in quella stagione dorata, molti ritenevano che la contropartita di tutto questo avrebbe abbondantemente bilanciato i costi e che il saldo sociale e ambientale sarebbe stato comunque positivo.
La dematerializzazione sembrava allora la risposta definitiva all’ingordigia dell’era consumistica; sostituire la carta con i documenti digitali, i viaggi di lavoro con le videoconferenze, le merci fisiche con i flussi di dati avrebbe ridotto l’impronta umana sul pianeta.
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Claudio Gagliardini
