Enrico Storti, primario di Terapia Intensiva, Rianimazione e Anestesia: «A noi l'onere di gestire la complessità»
Enrico Storti aveva l’aria di chi sta per mostrarti qualcosa di unico, quasi come un bambino fiero per la sua costruzione in lego, o per un disegno mai così ben riuscito, o per un’improvvisata capanna tra un letto e un altro, tipico di chi ha figli che sono boy-scout-dentro.
Mercoledì scorso mi ha mostrato gli spazi rinnovati di un reparto che guida dal dicembre 2020. C’era una passione genuina e instancabile in questo professionista di 60 anni. Un fuoco innato, che nemmeno l’età doma, e che gli vale, credo, la voglia di essere sempre dov’è, di fare un mestiere che ha scelto e che continua a scegliere tutti i giorni.
Storti è primario di Terapia Intensiva, Rianimazione e Anestesia all’ospedale di Cremona, oltre che direttore del Dipartimento Emergenza-Urgenza. Lavora con la complessità, con i tempi stretti, con il carico emotivo di una professione che corre spesso sul crinale sottilissimo tra la vita e la morte. Fu lui a trattare il primo caso di Covid in Europa: il 20 febbraio 2020 era primario a Lodi quando venne ricoverato il “paziente 1”. «I volti e le storie delle persone non ti scivolano addosso - dice Storti -. Ed è anche bene che sia così: ti aiuta a migliorare. Dall’altro lato, l’effetto può essere logorante. Ricordo i tempi della Pandemia. Sono stato depositario di tanti desideri espressi in punto di morte: “Chiama mio figlio e digli questo”. Sa quante volte?».
Sei anni dopo quel tornado, eccolo qui, con un bagaglio di vissuto umano e professionale gigantesco, la consapevolezza che si può crescere ancora, l’orgoglio per le innovazioni introdotte nel nostro ospedale.
Il primo spazio che si incontra entrando nel reparto è la sala d’attesa, qualcosa di lontanissimo dalle anticamere anonime e cupe che di solito frequentiamo. Qui ci sono poltroncine, due tavoli in legno dal calore casalingo, l’arredo di una cucina, finestre ampie trapassate dalla luce esterna e abbondante.
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Cristiano Guarneri



