Attualità
L'intervista - L’europarlamentare del Pd analizza pregi e difetti del “Green Deal”: «Solo con regole e sanzioni non si può riorientare lo stile di vita di un continente»

«Uscire dal nucleare, un grande errore»

«Semplificare per investire di più. Il problema non sia “dove andiamo”, ma semmai “come andiamo”, con quali strumenti e con quali tempi»

Dal 2014 al 2024 Sindaco di Bergamo, oggi europarlamentare Giorgio Gori, 66 anni, occupa un incarico certamente strategico, quello di vicepresidente della Commissione Ue per l’Industria, la Ricerca e l’Energia, Commissione che ha sul proprio tavolo molti dei dossier più “scottanti” del momento. Lo abbiamo interpellato per capire quali scenari ci attendano.
Giorgio Gori, vicepresidente della Commissione Ue per l’Industria, la Ricerca e l’Energia
Giorgio Gori, vicepresidente della Commissione Ue per l’Industria, la Ricerca e l’Energia
Tende a non sopravvalutare il potenziale dei biocarburanti. Io penso che si vada a confermare il fatto che l’orizzonte di lungo periodo veda la mobilità elettrica come principale strumento», pur rimanendo aperti a tutte le altre tecnologie. Questa è una delle tante riflessioni che Giorgio Gori, europarlamentare del Partito Democratico, ha consegnato al nostro settimanale nell’intervista che leggerete all’interno. Gori ha parlato di Green Deal, biocarburanti, automotive, Cina e India. E, naturalmente, di sostenibilità economica e sociale. Su questo punto non si è sottratto a un giudizio scomodo (e perciò sincero): «Rinunciare al nucleare è stato all’epoca comprensibile, ma, col senno di poi, è stato un grande errore. Se l'avessimo, oggi pagheremmo l'energia molto meno». 
Onorevole Gori, cosa ne pensa degli obiettivi ambientali che l'Europa si è data?
«Penso che siano obiettivi molto ambiziosi, ma che, come spesso accade, all’ambizione non corrispondano gli strumenti necessari per poterli raggiungere, quanto meno non nei tempi stimati. Il tema climatico è di enorme importanza, quindi credo che l’Europa la sua parte la debba fare, ma la decarbonizzazione nel frattempo si è rivelata essere probabilmente l’unica strada a disposizione per poterci affrancare dalla dipendenza nei confronti dei combustibili fossili o quanto meno per poterla ridurre moltissimo. Questo è essenziale, sia da un punto di vista economico, sia dal punto di vista della sicurezza degli approvvigionamenti: abbiamo visto cosa sta succedendo in questo periodo con la chiusura dello stretto di Hormuz. Abbiamo bisogno di un’autonomia energetica, che oggi si rivela strategica. E non è vero quel che si dice della Cina, accusata di disinteressarsene e di chiamarsi fuori da questi problemi: la Cina continua certamente a bruciare molto carbone, ma ha un piano di implementazione di energie rinnovabili ambiziosissimo, sta installando impianti più di tutto il resto del mondo e si è data un obiettivo, che è lo stesso del Green Deal europeo, salvo il fatto di averlo collocato non sul 2050, ma sul 2060, il che forse è più realistico. Credo, insomma, che il problema non sia “dove andiamo”, ma semmai “come andiamo”, con quali strumenti e con quali tempi»...
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Mauro Faverzani
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