

Rubriche
Tennis in giro per il mondo, ma la base è qui a Cremona
Un allenamento al Menga-Ocera Tennis Team [foto Umberto Ferrero]
Menga-Ocera Tennis Team. Non è solo un’accademia in più: pochi atleti, ma seguiti davvero
È mattina presto, in Tunisia. Prima che il sole salga davvero, prima che il caldo renda il campo impraticabile, alcuni addetti passano con delle scope larghe a ripulire la terra rossa. Durante la notte il vento ha portato sabbia dal Sahara: granelli sottilissimi, quasi invisibili, che si sono posati ovunque. Sul campo, sulle righe, sulle scarpe. È un gesto che si ripete ogni giorno, sempre uguale. Si spazza via la sabbia e si ricomincia a giocare.
Il tennis, in fondo, è anche questo: imparare a convivere con ciò che arriva da lontano, con condizioni che non controlli, con il tempo che cambia mentre tu sei lì a fare sempre lo stesso gesto. John McPhee scrive che questo sport non è una questione di forza, ma di attesa. Non parla di tecnica, ma di tempo. Del fatto che vincere non dipende solo da quanto colpisci forte la pallina, ma da quanto riesci a leggere l’avversario, a capire dove andrà prima ancora che ci arrivi. Il tennis è anticipazione, strategia, mente. È la capacità di restare lucidi quando tutto accelera.
![Da sinistra, Giuseppe Menga e Massimo Ocera [foto Umberto Ferrero]](https://mondopadano-naxos-space-250gb.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/mondopadano/stories/2026/02/12/internals/53d1e109-b8f3-439a-b407-093ace475538.jpg)
Visto da vicino, un allenamento di tennis assomiglia a uno scambio continuo, brutale e, per certi versi, violento. Urla, colpi, scarpate sulla terra che alzano polvere, fendenti più che gesti sportivi. Eppure tutto avviene dentro una forma di eleganza profonda, quasi inevitabile. Un colpo pone una domanda, l’altro tenta una risposta. Ogni movimento non replica ciò che l’avversario ha già fatto, ma anticipa ciò che sta per fare. È una conversazione, e quando uno dei due smette di rispondere l’incontro finisce.
Ed è proprio questa capacità di aspettare, di leggere il momento giusto, di non forzare, che rende il tennis qualcosa di più di uno sport. Una disciplina che ti insegna a stare dentro il tempo, a non scappare quando il ritmo si alza, a non cercare scorciatoie. È la stessa logica che, fuori dal campo, prende il nome di restare: rimanere dove sei, continuare a rispondere, anche quando sarebbe più facile smettere, andare su un altro campo.
![Uno scatto durante un allenamento [foto Umberto Ferrero]](https://mondopadano-naxos-space-250gb.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/mondopadano/stories/2026/02/12/internals/41894340-6c23-4627-b9e2-3350793752c8.jpg)
Negli ultimi anni il tennis in Italia ha smesso di essere marginale: Jannik Sinner, Matteo Berrettini, Lorenzo Musetti. Oggi se ne parla, riempie pagine, apre i telegiornali. I campi si sono popolati di nuovi giocatori, di sogni improvvisi, di imitazioni. «Ha dato una bella spinta a tutto», dice Giuseppe Menga. «Prima non se ne parlava mai. Esisteva solo il calcio». Ma quando il tennis è esploso, Giuseppe e Massimo Ocera avevano già scelto da tempo. Il tennis, sì, ma soprattutto il modo in cui viverlo. E il luogo da cui farlo partire. Avevano già scelto Cremona...
LEGGI IL SERVIZIO COMPLETO SULL’EDIZIONE DI MONDO PADANO IN EDICOLA FINO AL 19 FEBBRAIO OPPURE ABBONANDOTI SU WWW.MONDOPADANO.IT
Umberto Ferrero