Tennis in carrozzina alla Baldesio. Bartoletti e Bodini hanno trasformato l’eredità della Coppa del Mondo in una realtà che oggi è un punto di riferimento nazionale
Quando Alceste Bartoletti e Roberto Bodini raccontano la nascita della squadra, parlano sempre al plurale – «abbiamo pensato», «abbiamo deciso», «siamo andati» – e nella loro testimonianza è difficile capire dove finisca il racconto dell’uno e cominci quello dell’altro. Forse perché questa storia non appartiene a uno solo ma è il risultato di due percorsi diversi che, dopo il World Team Cup di Wheelchair tennis del 2008, hanno scelto di continuare a camminare nella stessa direzione. A distanza di quasi vent’anni ricordano ancora perfettamente il momento in cui tutto è iniziato, con una domanda semplice, nata quasi spontaneamente quando i campi della Baldesio tornarono silenziosi dopo aver ospitato la Coppa del Mondo di tennis in carrozzina: «Eravamo orfani di quella esperienza – racconta Bartoletti –. Io e Roberto ci siamo guardati e ci siamo detti: e adesso non facciamo più niente? Ci sembrava impossibile che un evento di quella portata finisse lì. Avevamo vissuto due anni di preparazione straordinari, poi una settimana intensissima con trentaquattro nazioni, oltre duecento atleti e centinaia di volontari. Non potevamo limitarci a conservarne il ricordo».
Quella sensazione aveva radici profonde, Bartoletti era stato tra gli organizzatori del Mondiale, nato quasi per caso da una dimostrazione organizzata alla Baldesio con alcuni giocatori in carrozzina. Tra gli ospiti c’era anche Bruno Rosato, allora commissario tecnico della Nazionale. «Alla fine mi disse: “perché non organizzate il Mondiale?”» e fu l’inizio di tutto.
Per ospitare una manifestazione di quel livello fu necessario unire le forze con la Canottieri Bissolati. La Baldesio, da sola, non disponeva di un numero sufficiente di campi e fu così che società storicamente rivali si ritrovarono a lavorare fianco a fianco per un obiettivo comune. «Fu un’esperienza incredibile. C’erano circa quattrocento volontari, tutta la città diede una mano. Quando è finita ci siamo sentiti quasi vuoti ed è stato allora che abbiamo capito che il tennis in carrozzina non doveva essere un episodio, ma diventare qualcosa di stabile».
Se Bartoletti ricorda soprattutto la nascita dell’idea, Bodini racconta il passo successivo: trasformarla in realtà: «Le idee sono bellissime, ma poi servono le persone. E noi gli atleti non li avevamo, così siamo andati all’Unità Spinale di Villanova d’Arda, dove si allenava una squadra di basket in carrozzina per parlare con alcuni ragazzi e invitarli a provare il tennis. Sono arrivati in cinque. C’erano Giovanni Zeni, Dario Benazzi...
LEGGI IL SERVIZIO COMPLETO SULL’EDIZIONE DI MONDO PADANO IN EDICOLA FINO AL 30 LUGLIO OPPURE ABBONANDOTI SU WWW.MONDOPADANO.IT

Maria Cristina Coppola

