Canottaggio. Simone Raineri. Quando smettere è un altro modo di restare nello sport
Quando non sei più atleta, scopri che non tutto gira attorno a te. È forse lì, più ancora che nel giorno dell’ultima gara, che finisce davvero una carriera. Simone Raineri, oro olimpico a Sydney 2000 e argento a Pechino 2008 nel quattro di coppia, lo racconta con un po’ di nostalgia ma senza retorica. Da Casalmaggiore al tetto del mondo, passando per quattro Olimpiadi e una vita intera dentro il canottaggio, ha chiuso con le gare nel 2016, a 39 anni, ma non ha mai davvero lasciato lo sport.
«Ho smesso di remare completamente nel 2016, anche se già dal 2015 un po’ mi trascinavo qua e là. Ho chiuso la carriera con i Campionati Italiani. Non avrei mai smesso. C’è sempre stato un amore incondizionato per questo sport, però crescendo, dopo aver raggiunto determinati risultati, come l’oro olimpico, senti sempre di più lo stress e la responsabilità di confermarti e non lo vivi più con quella spensieratezza e quel divertimento dei primi anni in nazionale, quando sembrava tutto bello».
La fatica di restare al vertice, spiega Raineri, non è solo fisica, c’è il peso mentale, nell’attesa, nella selezione, nel risultato da confermare a ogni costo per restare nella squadra olimpica e la paura di non essere più all’altezza e dover riscrivere il proprio futuro, un momento che nessun atleta vorrebbe mai affrontare, ma che arriva, in modo differente per ognuno quando un infortunio, l’età o la vita stessa impongono un cambiamento...
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Maria Cristina Coppola

