

L'altro violino
Quando cantare “Felicità, tà tà” mette una grande tristezza
Un frame della campagna di promozione del sistema museale italiano promossa dal Ministero della Cultura intitolata “Felicità, tà tà”
Spot del Ministero. Sicuri che con una canzone di Raffaella Carrà si riesca a raggiungere i giovani?
“Guardate all’antico, sarà un progresso”, dice Giuseppe Verdi a Francesco Florimo, il quale aveva chiesto al Cigno suggerimenti su come rifondare il Conservatorio di Napoli. E anche Gustav Mahler invita a una visione dinamica del passato in una sua famosa frase: “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. Ogni tanto in Italia qualcuno si sveglia all’improvviso e vuole modernizzare la cultura. Quando poi questo qualcuno è il politico di turno, peggio mi sento. Il concetto di modernità non è solo legato a un discorso storico o anagrafico, anzi, basti pensare che in musica l’artista più moderno è ancora oggi considerato Bach il quale ha influenzato tutti gli epigoni nei secoli a seguire, da Beethoven al jazz, da Brahms ai Beatles. Il preambolo è per parlare di una campagna di promozione del sistema museale italiano promossa dal Ministero della Cultura intitolata Felicità, tà tà, come la canzone della Carrà che fa da sottofondo agli spot che passano anche sulle reti televisive nazionali. E meno male – per la serie c’è sempre un peggio - che non hanno scelto come colonna sonora la Felicità di Al Bano, brano verso il quale, come abbiamo sentito dalle ultime schermaglie dell’ex coppia più amata d’Italia, ha preso le distanze persino Romina. In definitiva non si capisce come mai nel Paese che è considerato il faro dell’arte e della musica nel mondo, la cultura debba essere rappresentata da Raffaella Pelloni e da una canzonetta di Gianni Boncompagni...
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Roberto Codazzi