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«Ripensare la pena». Ampliare le misure alternative, molto più efficaci
A sinitra, alcuni avvocati delle Camere Penali di Cremona e Crema durante la visita svolta nell’aprile di quest’an-no al carcere di Cremona. Le Camere penali ne organizze-ranno una anche in agosto
Micol Parati, presidente della Camera penale di Cremona e Crema sulla situazione del carcere
«Ci vuole un intervento su più livelli, non possiamo pensare che le amministrazioni penitenziarie, compresa Cremona, da sole riescano a gestire una situazione così emergenziale». Avvocato penalista, Micol Parati è dal 2022 presidente della sezione di Cremona e Crema dell’Unione Camere Penali Italiane. Il carcere, dunque, è un tema di cui si occupa sistematicamente, in primis perché alcuni dei suoi assistiti sono detenuti, e poi per le iniziative che costantemente l’associazione mette in campo durante l’anno, la prossima delle quali è “Agosto in carcere”, visita fissata a livello nazionale in alcuni penitenziari tra i quali anche Ca’ del Ferro.
Ha parlato di “intervento più livelli”. Cosa è necessario fare a livello nazionale?
«L’inasprimento delle pene e l’aumento dei reati equivalgono a più carcerizzazione. E se, contestualmente, non c'è un progetto di ampliamento edilizio e dell’impiego di personale è difficile credere alla possibilità di percorsi rieducativi davvero utili. Se a Cremona, come sappiamo, ci sono solo 3 educatori su 600 detenuti, come crede che si possa fare?».
E moltissimi di questi sono definitivi…
«Esatto. Si ricordi che Cremona è nata come casa circondariale e tutt’ora lo è; quindi, in linea teorica, dovrebbe ospitare solo le misure cautelari temporanee, che non hanno quindi necessità di aree trattamentali ed educative, perché parliamo di soggetti in attesa di giudizio e, per la nostra Costituzione, innocenti fino a prova contraria. La maggioranza invece (più di 500 persone) hanno una condanna definitiva, quindi con la necessità di un percorso rieducativo».
Come descriverebbe l’impegno di questa amministrazione carceraria?
“Io vedo tante iniziative messe in campo e lo sforzo di cercare, in ogni modo, di recuperare le persone; e dall'esterno, intervengono tantissime realtà: cooperative, associazioni di volontariato, e questo non è mai scontato. Un lavoro enorme che tuttavia è insufficiente rispetto alle reali esigenze».
Cosa serve?
«Un ripensamento della pena in modo generale, perché se la sua finalità, come dice l'articolo 27, è rieducativa ma lo Stato non riesce a garantire questa finalità, va ripensata la gestione della pena. Dirlo non ha un appeal così elevato, ma vediamo che le misure alternative alla detenzione hanno un'efficacia molto più elevata della detenzione carceraria che andrebbe utilizzata solo come estrema ratio, ma questo non avviene. È più facile affidarsi allo slogan “incarcerare tutti e buttare via le chiavi”. Perché? Perché la gente vede gli omicidi nelle città come Crema, vede i furti, le truffe, le criminalità che patisce e pensa che il carcere sia la soluzione, ma non è così, o non lo è in tutti i casi».
Anzi, certe condizioni detentive assicurano la recidiva…
«Certo. Il carcere diventa criminogeno. Quando tu vivi in una situazione inumana percepisci la pena come ingiusta; puoi aver fatto le cose più brutte ma se tu sei costretto a vivere peggio di un animale è impossibile che tu riesca a rieducarti. E poi c’è un altro fatto».
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Cristiano Guarneri
