Don Pier Codazzi, direttore di Caritas: «Il lavoro è l’ago della bilancia. La recidiva quasi si azzera»
La sua conoscenza del sistema carcerario è di lungo corso. È entrato come giovane volontario quando la casa circondariale di Cremona era collocata in via Jacini, a Cremona. Don Pier Codazzi, direttore della Caritas diocesana è stato uno dei componenti della delegazione dell’Allenaza per l’articolo 27 della Costituzione. Gli abbiamo chiesto un’impressione dopo la visita di martedì 14 luglio.
Don Codazzi, qual è l’immagine o l'incontro che più l’ha colpita dal punto di vista umano e sacerdotale?
«Nonostante frequenti le carceri da cinquant'anni, l'impatto con la privazione della libertà resta enorme e non si tratta della suggestione emotiva di un momento, quanto della consapevolezza profonda di cosa significhi, per un essere umano, trascorrere la maggior parte della giornata chiuso in una cella. Dal punto di vista sacerdotale, l'immagine più forte è proprio questa: persone recluse per espiare una pena - il che è giusto - la cui dignità viene messa alla prova dal tempo e dallo spazio. Ogni detenuto vive un percorso a sé. C’è chi sta compiendo passi importanti e chi è ancora distante dal pentimento. Come Caritas, cerchiamo di intercettare queste vite attraverso progetti specifici e soprattutto grazie al lavoro costante di Suor Maria Grazia e alla collaborazione con due cappellani, che offrono ascolto e colloqui personali».
Il tasso di sovraffollamento nazionale è del 140 per cento. Guardando alla realtà specifica di Cremona, in che misura questa pressione incide sulla dignità dei detenuti e quanto li ostacola?
«È un dramma che non possiamo ignorare. Quando in una cella, pensata per due persone, se ne trovano invece tre, è evidente che la pressione incida negativamente sui bisogni primari e sulla dignità della persona, ostacolando quel percorso di recupero che dovrebbe essere il fine ultimo della detenzione. Pene alternative non significa impunità, non sono un sanatorio, semmai un modo diverso e spesso più civile di scontare la stessa condanna. La legge ci permette di guardare al detenuto come a una persona in cammino: la pena resta ferma, ma l'esecuzione deve poter uscire dalle mura del carcere per favorire un vero reinserimento e combattere anche la piaga del sovraffollamento».
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Beatrice Silenzi


