Marina Della Giovanna. Parla l’assessore alle Politiche Sociali: «Una rete che favorisca l’esecuzione penale esterna»
I numeri, diffusi dal Ministero di Giustizia ed aggiornati al 30 giugno scorso, parlano da soli: nel carcere di Cremona, a fronte di una capienza di 394 posti, risultano ben 607 detenuti, 368 dei quali stranieri. In queste condizioni parlare di umanità e dignità della persona pare complicato.
Portavoce della delegazione cremonese di «Alleanza per l’Articolo 27 della Costituzione», che lo scorso 14 luglio ha varcato i cancelli del locale penitenziario, è l’assessore alle Politiche Sociali ed al Welfare, Marina Della Giovanna.
Assessore, quale la Sua impressione dopo la visita?
«Io ero già stata all’interno della Casa Circondariale, ma questa volta la visita è stata particolarmente significativa, perché si è svolta contemporaneamente a moltissime altre in diversi istituti penitenziari del Paese, realizzate nell’ambito di una mobilitazione nazionale che si proponeva di sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto alla situazione drammatica del sistema carcerario. La nostra delegazione aveva come obiettivo quello di visitare diversi spazi della struttura, osservare, raccogliere informazioni anche quantitative e questo è stato possibile grazie alla grande disponibilità dimostrata dalla Direttrice e da tutto il personale, cui siamo riconoscenti. Sappiamo bene che le problematiche riscontrate investono la quotidianità della popolazione detenuta, ma anche quella di chi in carcere lavora. Una delle principali criticità rilevate riguarda proprio la persistente carenza di personale rispetto a quella che dovrebbe essere la dotazione sia del comparto sicurezza, sia soprattutto nell’area trattamentale. Tutto questo pesa sulla gestione delle attività interne al carcere».
Specie a fronte di una sovrappopolazione della struttura così marcata…
«Il sovraffollamento nelle carceri italiane, Cremona compresa, è ormai diventato sistemico. Un anno fa i detenuti a Cremona superavano quota 500; quest’anno superano quota 600; e l’anno prossimo dove arriveremo? Il rischio è che tutto questo venga considerato la “nuova normalità”. Le conseguenze si misurano poi concretamente prima di tutto nelle condizioni materiali delle celle e poi nella sofferenza della popolazione detenuta. A tutto ciò si aggiunga probabilmente anche la mancanza di risorse economiche adeguate per gli interventi manutentivi sulle parti più vecchie della struttura. Siamo di fronte ad una situazione, insomma, che confligge col modello di pena previsto dai nostri Padri Costituenti».
Da qui anche una spiegazione – quanto meno – dei suicidi verificatisi in carcere, tanto di detenuti quanto di educatori?

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Mauro Faverzani


