Stefano Seghezzi, docente cremonese in una scuola in provincia di Rimini: «Non vietare, ma insegnare»
La più grande rivoluzione nella scuola sarebbe scommettere davvero su chi la vive: docenti e ragazzi. La realtà è che il sistema è attraversato, da anni, da una somma di decisioni, grandi e piccole, che sviliscono i primi e ingabbiano i secondi. Il risultato, secondo Stefano Seghezzi, è il depotenziamento di un luogo da cui dipende un bel pezzo di presente e di futuro di qualunque società.
Originario di Casalmaggiore, 31 anni, Seghezzi vive e lavora in provincia di Rimini da un anno. Entrato in ruolo il primo settembre, è docente di Italiano, Storia e Geografia alla Secondaria di primo grado “Pazzini”, istituto comprensivo “Ponte sul Parecchia”, dopo 6 anni ad insegnare le stesse materie alla paritaria Sacra Famiglia, a Cremona. Tre gli argomenti toccati nella chiacchierata telefonica con lui. Si parte dall’anomalia del nostro calendario scolastico, un commento sul ritorno alla “sospensione del giudizio” in caso di 6 in condotta, fino al divieto del cellulare alle Superiori.
Le vacanze estive, in Italia, arrivano fino a 99 giorni. È un bene o un male, e perché?
«Abbiamo un calendario scolastico ancora basato sui tempi dell’attività agricola. Il risultato è un periodo estremamente lungo nel quale tutto quello che i ragazzi hanno appreso non è più allenato - o lo è pochissimo. Il che costringe noi docenti a dedicare l’inizio dell’anno successivo al recupero di ciò che è stato dimenticato. Va aggiunto il non banale problema della collocazione dei figli a casa per un lasso di tempo molto esteso; e di una disuguaglianza sociale ed economica che diventa ancor più marcata: chi ha possibilità di viaggi all’estero o di attività estive costose, sfrutta l’occasione; chi non le ha, si arrabatta».
Un cambiamento del calendario è così utopico?
«Non puoi pensare di cambiare i tempi senza pensare di modificare gli spazi. Le aule (...)».
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Cristiano Guarneri

