Economia & Lavoro
L'intervista - Andrea Cabizza, notaio, racconta il suo percorso e analizza lo sviluppo della professione

Un lavoro “in equilibrio”

«Servono studio e integrità. Bisogna mantenere passione e serietà»

Erede di una famiglia di notai, Andrea Cabizza ripercorre il proprio percorso professionale, tra pregiudizi e sacrifici, che oggi lo ha portato ad esercitare la professione a Ostiano, con uno studio secondario a Milano, città di cui è originario.
Lei proviene da una famiglia di notai: quanto ha inciso?
«Al di là dei luoghi comuni non è affatto così frequente che i figli di notai seguano le orme paterne, ma io sono un’eccezione: lo era mio padre, ma lo era anche mio nonno. Essere la terza generazione ha sicuramente avuto un peso. Mi sono sentito moralmente obbligato a seguire le orme di mio padre e di mio nonno. Fin da subito ho lavorato nello studio di famiglia a Milano, dove ho svolto la pratica e maturato una lunga esperienza sul campo.Per anni ho gestito molte questioni operative e consulenziali, pur non avendo ancora il “sigillo”. Avevo una solida esperienza pratica, ma formalmente non ero ancora notaio».
Come ha convissuto con questo luogo comune?
«Esiste un pregiudizio secondo cui la professione sarebbe ereditaria. Non è così. Il concorso è uguale per tutti e richiede sacrificio. Anzi, a volte essere figlio di notaio genera una pressione maggiore. Finché sei giovane nessuno dice nulla, ma con il passare degli anni iniziano le domande: “Perché non sei ancora diventato notaio?”. Si insinua il dubbio che tu non sia all’altezza. Il vero privilegio, semmai, è avere un genitore che comprende cosa significa affrontare quel percorso: la fatica dello studio, l’attesa dei risultati, la tensione delle prove»...
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Mario Taino
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