

Economia & Lavoro
Nella riforma dell’assistenza due opzioni: convenzione e assunzione nelle Case di comunità
Medici di famiglia, si cambia
Portrait of a smiling doctor in his bright office.
Andrea Morandi, presidente provinciale dell'Ordine dei Medici, analizza i contenuti del decreto Schillaci fra opportunità e criticità: «Rafforzare e integrare, non trasformare»
I medici di famiglia potranno restare convenzionati con il Ssn, anche se non più pagati in base al numero degli assistiti che seguono ma secondo obiettivi, compreso quello di lavorare obbligatoriamente un certo numero di ore nelle Case di comunità.
Oppure potranno diventare “volontariamente” dipendenti del Servizio sanitario in modo da essere impiegati sul territorio in base alle esigenze, a partire proprio dalle Case di comunità che sono il “fulcro della riforma” che il ministro della SaluteOrazio Schillaci ha presentato ai Governatori in una seduta straordinaria delle Regioni.
La riforma non è una una novità: ci provò, senza successo, in coda alla pandemia il Governo di Mario Draghi con l’allora ministro della Salute Roberto Speranza, ma il tentativo finì nei cassetti proprio alla vigilia della caduta di quell’Esecutivo.
L’obiettivo è garantire l’operatività delle Case di comunità
Manca poco (la scadenza europea è il 30 giugno prossimo) all’apertura di oltre mille Case di comunità in tutta Italia, maxi ambulatori dove fare prime visite ed esami oltre a vaccinazioni, telemedicina e assistenza ai malati cronici.
Andrea Morandi, presidente dell’Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Cremona, analizza i contenuti del decreto Schillaci, tra opportunità e rischi.

Chi sarà interessato da questa riforma?
«Sostanzialmente tutti i Medici di Medicina Generale: medici titolari, incaricati provvisori, giovani colleghi in formazione o prossimi all’ingresso nella professione. Tuttavia, la questione non è solo di quanti medici sono interessati: ogni medico di famiglia rappresenta una comunità di assistiti, spesso interi paesi. Quindi il possibile impatto non riguarda soltanto i professionisti, ma decine di migliaia di cittadini, in particolare anziani, cronici, fragili e persone che vivono nei piccoli comuni».
Si tratta di una trasformazione del ruolo del medico di medicina generale o di una naturale evoluzione?
«Dipende da come verrà costruita. Una medicina generale più integrata, più organizzata, capace di lavorare con infermieri, specialisti, servizi sociali, Case della Comunità e strumenti digitali può essere una naturale evoluzione. Anzi, in parte è già quello che molti medici fanno ogni giorno. Diventa invece una trasformazione forzata e rischiosa se il medico di famiglia viene spostato da presidio fiduciario di prossimità a figura funzionale dentro un contenitore organizzativo deciso altrove. Il punto non è difendere il passato: il punto è non perdere ciò che funziona della medicina generale, cioè continuità, conoscenza del paziente, presa in carico nel tempo, prossimità territoriale e autonomia professionale»...
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Mauro Taino