Cultura & Spettacoli
Concetti fortemente connessi. Nell’antica Grecia, “Moire” erano dette le divinità che “filano” la vita, “spezzandola” al momento prestabilito, mentre in ambito latino, la parola “mors” riconduce al consumarsi

Vita e morte, l’ineluttabile intreccio

John Melhuish Strudwick, “A Golden Thread”, 1885

Il culto dei sepolcri: è la memoria che rende vivo in noi ciò che appartiene ormai al tempo andato

Da sempre l’uomo si interroga sul grande mistero della morte. Per rimanere nel mondo occidentale in cui riposano le nostre radici culturali, troviamo che nella Grecia antica c’è una parola, moira , che indica il destino e più precisamente la porzione di vita che, alla nascita, è assegnata a ciascuno, e che Moire sono dette le divinità che ‘filano’ la vita spezzandone il filo al momento prestabilito, mentre in ambito latino la radice (indoeuropea) della parola mors (morte) riconduce al consumarsi, dunque al morire. I due concetti, a ben pensare, sono in realtà strettamente connessi: perché la morte è la condizione che naturalmente interviene quando la porzione di vita ricevuta in sorte - la moira appunto - si è esaurita. Concetti - vita e morte - certo fortemente oppositivi quanto a significato intrinseco, ma che, se fatti oggetto di riflessione, o - forse meglio - se si considera la condizione esistenziale dell’uomo nel suo profondo, risultano sotto un certo profilo meno dissonanti: anche nella morte può esserci vita. Fatte salve le ragioni della fede per chi crede nella sopravvivenza dell’anima in una diversa dimensione dopo la conclusione della vita terrena, se è vero quanto sosteneva il filosofo latino Seneca nel suo trattato “Sulla brevità della vita” ( De brevitate vitae ), che cioè la vita è il momento della consapevolezza di quanto si sta vivendo mentre tutto quanto è passato è già possesso della morte, non può sfuggire, tuttavia, un possibile ulteriore legame tra le due condizioni, oltre alla consequenzialità dell’una rispetto all’altra: ed è quello che, del passato, rende possibile una forma di sopravvivenza grazie alla memoria. E’ la memoria che rende idealmente vivo in noi, nel momento in cui lo evoca, ciò che appartiene ormai al tempo andato e, dunque, anche chi è entrato a farne parte per effetto della morte. Un’illusione confortatrice? Una realtà? Ciascuno può trovare la sua risposta. Ciò che è certo è che la memoria in questa sua funzione viene sollecitata da stimoli sia interiori (in particolare lo struggente rimpianto dell’amore perduto che fa rivivere il passato e con esso anche una persona cara che non c’è più) sia esterni. In questo secondo caso un tramite importante è sicuramente il sepolcro, di cui in questi giorni tutti celebriamo il culto.
Un culto, quello della tomba, e una funzione, la sua, di cui, tra i poeti dei secoli scorsi, Ugo Foscolo a duecento anni dalla morte (li ricorderemo giusto il prossimo anno) continua a darci convinta e ampia testimonianza nel suo famoso carme epistolare Dei Sepolcri , dedicato all’amico Ippolito Pindemonte. Con lui egli aveva discusso dell’editto napoleonico di Saint-Cloud del 1804 esteso all’Italia nel 1806 che proibiva, tra l’altro, di seppellire i morti entro gli abitati (per motivi igienici) e di porre lapidi nei luoghi di sepoltura (per motivi ideologici). Imposizioni inaccettabili per i due poeti. Foscolo si chiede dapprima retoricamente (avendo quindi già chiara la risposta al dubbio che esprime) quale sia l’utilità della tomba, dal momento che anche la speranza - l’ultima dea, nei racconti mitologici, ad abbandonare l’uomo - “fugge” i sepolcri. Secondo il pensiero in cui il poeta si è formato, tutto, nel cosmo, quindi anche l’uomo, è regolato ineluttabilmente da una “forza operosa” intrinseca alla natura che ne determina incessanti trasformazioni. L’uomo finirebbe così, dopo la morte, con l’essere avvolto dal buio della dimenticanza nella sua identità se non ci fosse un sepolcro che ne accogliesse le spoglie, sul quale i suoi cari potessero sparger lacrime e intessere un ideale colloquio con lui in una intensa corresponsione di affetti, in tal modo...
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Renata Patria
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