Un saggio di Matteo Morandi. L’educazione cremonese di fronte alla “Lettera” di don Milani
Inarrivabile e insuperata. Tale è stata la Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani e dei suoi ragazzi di Barbiana, la cui pubblicazione – 1967 – a pochi mesi dalla sua scomparsa suscitò nel Paese e non solo un dibattito clamoroso e appassionato, che incrociò come spartiacque la Scuola, innanzitutto, e la Politica, la Chiesa, la Cultura. Un libro-manifesto, un libro-grido, volutamente divisivo, provocatorio e urticante, paradigma di una scuola che si fa Pedagogia viva, metodo di liberazione del cuore e dell’intelligenza, dando la precedenza ai poveri, ai fragili, ai disabili che la Scuola ufficiale abbandona perché fatta per curare i sani e respingere i malati. Dopo la Lettera, la Scuola non fu più come prima. Anzi, Barbiana, un grumo di case aggrappate alle pendici del Mugello, dimenticato da Dio e dagli uomini, scandì il tempo. E ci fu un prima e un dopo Barbiana.

Ora, a distanza di quasi 60 anni, vorremmo poter dire che il tempo dell’Attesa è compiuto, che la sfida di Barbiana ha trovato le risposte, ma non è così! Dopo gli anni del riformismo incompiuto o lasciato a metà, le domande per una Scuola Comunità di Vita, di Cultura e di Cura, che “promuove” l’Uomo integrale e non lascia indietro nessuno, sono ancora lì, pronte ad essere prese in mano da donne e uomini non rassegnati al crepuscolo, non spenti alla Speranza, non acquiescenti alla retorica meritocratica, sanzionatoria e securitaria che assilla e offusca, oggi, il discorso pubblico sulla Scuola...
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Franco Verdi

