Per la rubrica dedicata al Risorgimento: Massimo d'Azeglio
Inquadriamo innanzitutto il contesto storico. Siamo nel Piemonte savoiardo, chiuso nella caratteristica ritrosia piemontese accentuata dalla doppia asfissia del moralismo clericale e del conformismo politico imperanti ma appena scalfiti dalla bufera ideologica e sociale della Rivoluzione Francese, ora in periodo Direttorio, portata dal generale Napoleone Bonaparte. Un mondo chiuso dove la grandissima parte della gente nasce, vive, lavora e muore nello stesso paese o città senza mai allontanarsene. I viaggi sono delle vere avventure (si pensi che da Parigi a Vienna una carrozza impiega circa una settimana su strade che oggi consideriamo sentieri di campagna), le idee non possono circolare vista l’esiguità dei giornali e delle persone in grado di leggere. Trionfano ancora i pregiudizi, le paure dei “foresti”, la paura delle novità, delle macchine e di tutto quanto sa di nuovo e di progresso tecnico e scientifico: la superstizione e l’oscurantismo (ben alimentato dalla grande maggioranza del clero) la fanno da padroni. In Piemonte ma, in generale in tutti gli Stati italiani. In questa società nasce e opera Massimo d’Azeglio
LA VITA. Massimo d’Azeglio nasce a Torino in una famiglia della nobiltà sabauda: il padre è il Marchese Taparelli d’Azeglio, che poi ebbe parte attiva nella Restaurazione in Piemonte, la madre Cristina Morozzo di Bianzé con un fratello Monsignore che battezzò il neonato. Data l’occupazione francese i primi anni di vita li trascorse con la famiglia a Firenze in amicizia con la Contessa di Albany e dove conobbe Vittorio Alfieri e si dedicò agli studi filosofici pur non trascurando la bella vita....
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Anselmo Gusperti

