L'incoronazione di Poppea. La prima rappresentazione avvenne nel 1643 (l'anno della sua morte)
Cremona in queste settimane dedica a Monteverdi un Festival con appuntamenti artistici importanti, in linea con una tradizione che si perpetua da tempo. Non intendo in queste pagine discettare di questioni musicologiche, non avendone la competenza; preferisco concentrarmi sugli aspetti umani della figura del Maestro, niente affatto semplici da interpretare, quali emergono dalla lettura del suo copioso epistolario conservato all’Archivio di Stato di Mantova: come è logico sia, dal momento che buona parte della vita e dell’attività musicale di Monteverdi si svolse presso la Corte dei Gonzaga (dal 1590 al 1612) alle dipendenze di quei Duchi con i quali egli mantenne sempre un rapporto conflittuale, fatto di devozione e ossequio totali, ma al contempo viziato dalla mancanza di riconoscimenti economici a fronte di una mole di lavoro insostenibile. Il leit-motiv dell’epistolario di questi anni è infatti costituito proprio dalle incessanti lamentele del musicista per il suo stato di vita precario in conseguenza della mancata corresponsione dei compensi spettantigli per la lunga serie di composizioni create, l’essere costretto a patire il freddo e la fame per non disporre di denaro sufficiente a far fronte alle necessità.
Il tono di queste missive non appare al lettore particolarmente coinvolgente: a fronte di una vicenda che umanamente non può non essere compresa, risulta strano, e anche spiacevole, constatare come il genio creativo fosse costretto a genuflettersi a nobili di scarsa statura morale con espressioni che certamente sono conformi allo stile espressivo barocco, ma che suonano fastidiose alle orecchie e alla sensibilità moderna: troppo ampollose e ricche di termini altisonanti negli incipit, come Illustrissimo mio Signore e Padrone Collendissimo, alternato con Osservandissimo se il destinatario è di rango sociale leggermente inferiore; altrettanto nelle (...).

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Emanuela Zanesi

