Cultura & Spettacoli
L’Arte di vivere a lungo. Già nell’antichità ci si interroga sul valore del tempo e sulla necessità di non lasciarselo sfuggire senza costrutto. Per Seneca lo spreco peggiore è quello che avviene per nostra negligenza

Invecchio imparando sempre molte cose

Luca Giordano, “La morte di Seneca”, 1684, conservato al Louvre di Parigi

La celebre massima attribuita al saggio ateniese, Solone: contenuto e senso positivo alla grande età

“Anche un solo giorno rappresenta un periodo di vita. Tutto il suo corso consta di varie parti, è costituito cioè di cerchi maggiori descritti intorno ad altri cerchi via via più piccoli;  ve n’è uno che li circonda tutti, e si estende dal giorno della nascita al giorno ultimo della morte […]”
Questo annota lo scrittore e filosofo latino Lucio Anneo Seneca  (4 a.C./65 d.C.) in una lettera  al discepolo e amico Lucilio (Epistola I, XII). E aggiunge,  da saggio stoico qual è: 
“Noi dobbiamo regolare ognuna delle nostre giornate come se completasse e concludesse il tempo della vita.  […] Se dio ne aggiungerà un altro, riceviamolo lietamente. Ma veramente beato e sicuro possessore di sé stesso è colui che attende l’indomani senza ansia”
Tra gli interessi speculativi dell’uomo si affaccia frequentemente, spesso con rilevanza centrale, la riflessione sul tema delle epoche della vita: il periodo che in passato si indicava come “vecchiaia” e ora si preferisce definire “grande età” è stato indagato, attraverso il tempo, in varie direzioni e sotto diversi punti di vista: filosofico, sociale, medico, psicologico. 
Gustav Klimt, "Le tre età della donna" (1905), Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma
Gustav Klimt, "Le tre età della donna" (1905), Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

LE TRE (O CINQUE) ETÀ
Oggi due sono i criteri di classificazione della vita dell’uomo, uno su base culturale-funzionale, l’altro su base crono-biologica: il primo, legato alla realtà psicologica e alle funzioni esplicate, considera la vita divisa in tre età, rispettivamente dell’apprendimento, della realizzazione di quanto appreso e della riflessione su quanto accaduto, con tensione, nella terza età, al raggiungimento dell’equilibrio e della saggezza. Il secondo criterio, legato al fattore temporale e alle caratteristiche biologico-comportamentali, distingue invece cinque età: giovinezza, età adulta, età dell’anziano, del vecchio e del grande vecchio. Ma, al di là delle classificazioni - queste o eventuali altre -, quello che si è imposto con urgenza è il problema della qualità di vita di chi ha raggiunto un’età ragguardevole e del suo impiego: soprattutto la ricerca di un antidoto all’invecchiamento. Ciò riguarda non solo un’adeguata attività fisica e una giusta attenzione per la salute,  ma anche  l’attività mentale che aiuta la vita, neutralizzando, almeno in parte, i danni del tempo che inesorabilmente passa.
Antecedenti all’attenzione per questo periodo dell’esistenza, ovviamente declinati in modo diverso,  sono presenti già nel mondo antico con un atteggiamento bivalente e talvolta oppositivo: v’è chi ha temuto e finanche aborrito la vecchiaia e chi l’ha serenamente accettata per i doni che ancora può offrire, come nel mondo greco. C’è chi si è interrogato sul valore del tempo e sulla necessità di non lasciarselo sfuggire senza costrutto: è ancora il citato Seneca che, nell’epistola I, 1, ammonisce Lucilio - e noi con lui - che la perdita di tempo più vergognosa  è quella che avviene per nostra negligenza, con la conseguente esortazione a dare un’occupazione a tutte le ore, perché dipenderà meno dal domani chi avrà saputo usare bene dell’oggi. Ma venendo molto più in qua attraverso i secoli, sono frequenti le riflessioni su questo tema. J. Wolfgang Goethe, nelle sue Massime e riflessioni uscite postume nel 1833 affermava che “gli anni sono come i libri Sibillini: più se ne consuma, più diventano preziosi”. E’ un saggio ammonimento, universalmente valido, e tanto più utile nel momento in cui si è conclusa la vita lavorativa e si può contribuire a dare un senso alle proprie ore offrendone parte agli altri (pensiamo all’utilità, oggi, dei nonni o alle tante opere di prezioso volontariato sociale e civile a cui ci si può dedicare), guardando il mondo che sta fuori di noi anziché chiuderci ciascuno nel proprio isolamento, trovando anzi occasioni di condivisione delle esperienze maturate e anche di schietto rapporto umano, di amicizia. E dedicandosi alla “conoscenza”. E allora il cielo si rischiarirà anche nella grande età, quella che “è sede della sapienza della vita”  (come diceva Papa Francesco), quella in cui si può raggiungere equilibrio e prendere le distanze dalle proprie debolezze. Un uomo che soffriva del proprio dualismo come Francesco Petrarca affermava, attribuendo dunque una valenza positiva a quest’epoca della vita: “L’adolescenza mi illuse, la gioventù mi traviò, ma la vecchiaia mi ha corretto”...
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Renata Patria
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