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Frutti più dolci quando si fanno più rari
Leonardo da Vinci, “Busto di vecchio e giovane di profilo”, Gabinetto dei Disegni degli Uffizi a Firenze
Il tema della vecchiaia, seconda parte. Nelle parole di Seneca, l’invito ad amare ed abbracciare la “vecchia casa”, metafora della longevità
Con questo pensiero dello scrittore-filosofo Lucio Anneo Seneca (4 a. Cr/65 d. C) si apriva la prima parte del contributo sul tema della longevità pubblicato il 20 marzo u.s. La complessità del pensiero di Seneca che, come l’imperatore Marco Aurelio, spicca per l’adesione al pensiero filosofico del neostoicismo sia nell’ambito della riflessione sulla conoscenza sia in ambito morale, non si può ovviamente abbracciare in questa sede. Occorre tuttavia ricordare, almeno, che un concetto centrale è quello del divino Logos, una “Ragione divina”, cioè, che regola l’universo con le sue leggi, fonte di verità. Una scintilla di quel Logos genera nell’uomo il desiderio di conoscenza di quella verità. E questo concetto nelle Lettere all’amico e discepolo Lucilio va oltre l’idea di una razionalità immanente, e cioè insita nell’universo, per approdare a un’idea di superiore portata: la ricerca del vero bene che si raggiunge con la pratica della virtù, e il conseguimento della felicità, che deriva dalla coscienza del bene compiuto. Ciò assume particolare incidenza nell’età avanzata: perché se la longevità per legge di natura lascia i suoi segni nel fisico, interiormente permette tuttavia di vivere di un’incomparabile luce se c’è la dolcezza di quella conquista e di quella consapevolezza.

NELLA VILLA DI CAMPAGNA
In una bellissima lettera a Lucilio (la XII del primo libro) Seneca racconta quanto gli è accaduto recandosi nella sua villa di campagna, creata per opera sua, al tempo della giovinezza, ora in disfacimento. Anche i platani sono ormai tristi tronchi senza fronde. Ne chiede ragione al castaldo, che si difende: la colpa non è di una sua trascuratezza, ma della vetustà dell’edificio e di quanto lo circonda. Sulla porta intanto si affaccia un “vecchio decrepito”, che Seneca non riconosce: scopre che è Felicione, figlio del vecchio castaldo, al quale, quand’era bambino, egli era solito portare doni. Gli anni sono inesorabilmente passati. Egli prende così coscienza della sua longevità; e la reazione è positiva: “E noi diamole un abbraccio e amiamola, questa casa”. Vien fatto di chiedersi: una casa da intendersi in senso concreto o, anche, metaforico? Vecchia cara dimora o allusione immaginifica al passato e alle dolci memorie che, grazie ad essa, affiorano confortatrici nell’età avanzata? Una ‘casa’ che, comunque, se sappiamo bene ‘usarne’, è piena di gioia. Perché “i frutti sono più dolci quando si fanno più rari...
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Renata Patria