Per la rubrica Gli uomini che fecero l'Italia
Partiamo dal contesto storico. Abbiamo visto, analizzando i personaggi precedenti, come tutti gli Stati della penisola erano di fatto sorvegliati strettamente (ed efficacemente) dalle varie polizie alle dirette dipendenze della polizia e della giustizia austriaca, oltre che essere anche occupati militarmente con presidi nelle principali città. Il Granducato di Toscana, con capitale Firenze, era una eccezione: intendiamoci, non che vi trionfasse la libertà. Ma la tolleranza si. La città era diventata la Mecca dei perseguitati politici della Penisola che vi trovavano, non solo rifugio, ma anche occasioni di lavoro. Bastava non gridare troppo forte, ma con un po’ di prudenza si poteva dire tutto, quasi tutto, comunque ciò che non si poteva dire nel resto d’Italia. Ferdinando Martini chiamò il Granducato di Toscana “il paese di Bengodi”, e il letterato Giordano. che vi aveva trovato casa, inviava le sue lettere dal “Paradiso Terrestre”. Per questo, solo per questo, Firenze era diventata e sarebbe per un pezzo rimasta la “capitale morale” d’Italia, per la sua libertà (ancorché parziale) della circolazione delle idee. Ciò che - ribadisco - non avveniva nel resto delle città e degli stati della penisola. Per cui non dobbiamo troppo meravigliarci se il nostro Giovan Pietro Vieusseux trovò in Firenze il luogo ideale per vivere e svolgervi la parte più importante della sua attività intellettuale pur non essendovi nato e portando un nome chiaramente francese....
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Anselmo Gusperti

