Il genocidio degli Armeni. Andrea Fenocchio: dopo gli anni ‘60 rapporti più franchi e aperti
Nel dibattito storiografico contemporaneo, il genocidio armeno occupa un posto cruciale non solo come evento storico ma come paradigma della violenza di massa nel Novecento. Non è un caso che diversi studiosi lo considerino un precedente decisivo per comprendere le logiche dei genocidi successivi: secondo consolidati indirizzi storiografici, infatti, esso sarebbe il “primo genocidio della storia”, assunto come archetipo interpretativo nei successivi studi sull’Olocausto. Questa prospettiva non riguarda soltanto la dimensione quantitativa della tragedia - stimata a un milione e mezzo di vittime - ma il suo significato politico e culturale: la distruzione sistematica di una minoranza percepita come estranea al progetto nazionale ottomano.
È dentro questo orizzonte di lunga durata, fatto di memoria, negazioni e riconoscimenti tardivi, che si colloca il lavoro di Andrea Fenocchio, “Fratelli d’Oriente - La Chiesa Cattolica e gli Armeni da Pio IX a Leone XIV”, pubblicato da Ronca Editore. Il suo libro non affronta soltanto i fatti del 1915-1917, ma li inserisce nella trama secolare dei rapporti tra Oriente e Occidente e, soprattutto, nel ruolo svolto dalla Chiesa cattolica come osservatore, attore diplomatico e testimone morale di una delle più grandi tragedie del Novecento.
Professore, da dove nasce il suo interesse per la storia armena e perché ha scelto di studiarla attraverso il rapporto con la Chiesa cattolica?
«L’incontro con la vicenda degli Armeni è avvenuto anni fa, come per molti lettori italiani, grazie al romanzo La masseria delle allodole di Antonia Arslan – che ho avuto modo, peraltro, di intervistare nel 2023 - , poi portato sullo schermo dai fratelli Taviani...
LEGGI IL SERVIZIO COMPLETO SULL’EDIZIONE DI MONDO PADANO IN EDICOLA FINO AL 26 FEBBRAIO OPPURE ABBONANDOTI SU WWW.MONDOPADANO.IT

Stefano Frati

