Cultura & Spettacoli

Gli ottant’anni di Keith Jarrett Mito del jazz che non suona più

Nuovo appuntamento con la rubrica "L'altro violino"

L’8 maggio sta agli appassionati del jazz come il 5 maggio sta ai cultori della poesia. Qui non si tratta della morte di Napoleone bensì della nascita di un Predestinato della tastiera, di colui che secondo molti è il più grande jazzista di sempre, di sicuro il più conosciuto, il più iconico, il più amato e il più odiato a un tempo, il più imprevedibile e umorale, il più sfuggente ed enigmatico. L’8 maggio è nato infatti Keith Jarrett, semplicemente un genio. Questo 8 maggio ha compiuto 80 anni ma la sua vita artistica si è interrotta nel 2018 quando è stato colpito da due ictus che ne hanno drammaticamente spento la vena e la mobilità. Da allora non sappiamo di lui praticamente più nulla se non per un’ultima intervista rilasciata nel 2020 al New York Times in cui il maestro di Allentown dichiarava tragicamente al mondo: “Non so cosa mi porterà il futuro. Quello che posso dire ora è che non sono più un pianista”. Una condizione atroce per un artista che dall’età di tre anni ha comunicato col mondo attraverso lo strumento con i tasti bianchi e neri e che fa il paio - per trovare due precedenti storici - con la sordità di Beethoven o con la perdita di un braccio in guerra per il pianista Paul Wittgenstein, al quale Ravel dedicò il celebre Concerto per la mano sinistra giusto per farlo sentire ancora connesso col mondo. “È molto frustrante ascoltare musica per pianoforte. Quando ascolto Schubert o anche una semplice melodia, sto male fisicamente perché non sono più capace di farlo e non ci sono possibilità che possa riuscirci in futuro. Al massimo si spera che io recuperi la forza nella mano sinistra per poter tenere una tazza....
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Roberto Codazzi
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