Aurelia Rossi. «La giovane sarta è remissiva solo in apparenza; in realtà arriverà molto in alto»
Una figura femminile d’indubbio spessore (Giuditta), un uomo di enorme fascino in grado di farle palpitare il cuore (Germano), un gatto nei confronti del quale provare un indescrivibile sentimento d’amore (Artù) e una città a simboleggiare la scacchiera sopra la quale ogni “pedina” si muove con sicurezza (Cremona, probabilmente): immaginarie tessere di un enorme puzzle volto a rappresentare l’intricata trama di un’opera - “La ragazza che non aspettava nessuno”, inserita nel catalogo di “Ronca Editore” - di cui Aurelia Rossi è orgogliosa (e recente) autrice. Un romanzo certamente sui generis , fra le cui pagine la scrittrice - un’apprezzata psicoterapeuta conosciuta da tempo in città - lavora di fantasia regalando ai lettori la perfetta rappresentazione di un’epoca (gli anni Sessanta del secolo passato) arricchita di personaggi molto ben caratterizzati sotto ogni profilo (psicologico, soprattutto).
Tutte le volte, lei confeziona un prodotto il cui contenuto è completamente differente rispetto al precedente: laddove ne “La lanterna di ferro” si faceva luce sui misteri di un nucleo famigliare che nascondeva più di un segreto, qui si focalizza l’attenzione su un’eroina (Giuditta) che altro non è che l’incarnazione della donna coraggiosa nonostante la sua vita sia tutt’altro che semplice.
«Io credo che Giuditta sia la diretta testimone della difficoltà e del disagio tipicamente femminili caratteristici di un periodo storico (a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento) in cui l’emancipazione era ancora ben di là dal determinarsi. Ne tratteggio il carattere in modo completo, proponendola sia come anti-eroina remissiva (soltanto all’apparenza, come i lettori potranno ben vedere) sia come protagonista del tutto risoluta e capace. Benché proveniente da una famiglia di umili origini, la giovane non tarderà a trovare un’occasione di riscatto attraverso l’attività di sarta...
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Fabio Canesi

