Requiem di Mozart. Originale veste sonora e intimità toccante
Nella storia della musica ci si imbatte spesso in una pratica ricorrente: quella di chi prende un’opera immensa e la ridisegna per organico ridotto, scoprendo che la sottrazione non impoverisce, ma rivela. Mahler, ad esempio, trascrisse per orchestra d’archi una pagina che lo StradivariFestival propone nel concerto di maggio, con Sergej Krylov: il quartetto La morte e la fanciulla di Franz Schubert. C’è però un gesto ancora più radicale: condensare la musica anziché espanderla. È quello che fece all’inizio dell’Ottocento Peter Lichtenthal, quando trascrisse il Requiem di Wolfgang Amadeus Mozart per quattro archi. Non per necessità pratica, ma per convinzione: la grande musica doveva poter vivere anche senza l’apparato di orchestra e coro, in una dimensione più raccolta e domestica.
Lichtenthal era una figura singolare: medico di formazione, musicista per passione, intellettuale curioso e profondamente inserito nella vita musicale del suo tempo, fu amico della famiglia Mozart - in particolare di Constanze Mozart e dei figli Karl e Franz Xaver Mozart - e contribuì in modo significativo alla diffusione dell’eredità mozartiana. Nato a Pressburg, l’odierna Bratislava, nel 1780 e morto a Milano nel 1853, fu autore del primo grande lessico musicale italiano e raccolse anche una fondamentale testimonianza autobiografica di Niccolò Paganini...
LEGGI IL SERVIZIO COMPLETO SULL’EDIZIONE DI MONDO PADANO IN EDICOLA FINO AL 2 APRILE OPPURE ABBONANDOTI SU WWW.MONDOPADANO.IT
Stefano Frati

