

Attualità
Dopo Modena
Violenza ed aggressività si combattono presidiando i territori e riempiendoli di relazioni, opportunità di incontro, vicinanza umana, anche per le persone più in difficoltà.
Young man cross the street at a crosswalk
Egregio Direttore,
i fatti di Modena, in qualche modo, dividono l’opinione pubblica in due, come opposte fazioni in una partita di calcio. Da una parte c’è chi dà prevalenza alla lettura politica dell’accaduto, dall’altra chi sottolinea soprattutto il disagio psichiatrico che ha portato quest’uomo a compiere quasi una strage. Non è mancato, anche in questo contesto, chi ha cercato di speculare politicamente sulla vicenda, mettendo gli uni contro gli altri e inseguendo, come spesso accade, una rendita politica fondata sull’odio e sul razzismo.
Ciò che in genere viene sottovalutato, in un’epoca in cui a situazioni complesse si tende a dare spiegazioni semplici, è il contesto in cui nasce una condizione di disagio estremo come questa. La malattia mentale, da sola, non spiega l’aggressività né tantomeno i delitti: ci sono molte persone che soffrono di disturbi psichiatrici, anche gravi, e che non sono affatto pericolose. Allo stesso modo, né la religione, né la provenienza etnica, né la politica possono spiegare da sole atti di violenza. Esistono tantissime persone che vivono il proprio credo in modo rigoroso o integralista senza per questo compiere mai violenza contro gli altri.
Quello che spesso si sottovaluta è invece la forza e la capacità regolatrice delle relazioni sociali. Gli episodi di violenza emergono più facilmente quando si è molto soli, quando manca una quotidianità fatta di rapporti, confronti, presenze. Le relazioni hanno una funzione fondamentale di regolazione, perché impongono il confronto con familiari, amici e, per chi ne ha bisogno, con educatori, assistenti sociali, psicologi e tutte quelle figure che possono offrire aiuto. In questo confronto costante si impara a controllare non solo ciò che si fa, ma anche ciò che si pensa e si dice. Ed è proprio questo lavoro continuo di relazione ad avere un effetto positivo, soprattutto rispetto alle manifestazioni più antisociali.
Quando una persona si rifugia completamente nella propria interiorità, ciò che pensa rischia di diventare verità assoluta. Nel chiuso di un pensiero solitario, gli altri possono trasformarsi in nemici, a volte persino in nemici da abbattere.
Per questo, se vogliamo costruire maggiore sicurezza nei nostri contesti urbani, dobbiamo impegnarci a creare e rafforzare comunità, relazioni, reti. Ciò che va evitato, prima di tutto, è lasciare sole le persone. E il primo atto concreto dovrebbe essere proprio quello di sostenere, rafforzare e innovare i presìdi psico-sociali presenti nei territori, affinché siano più accessibili, più vicini alle persone e più capaci di intercettare precocemente il disagio. Servono servizi sociali, sanitari e psico-sociali sempre più attenti, ma serve anche tornare a investire in tutto ciò che, nelle nostre comunità, è ancora vivo e capace di generare legami.
La violenza e l’aggressività si combattono presidiando i territori e riempiendoli di relazioni, di opportunità di incontro, di vicinanza umana, anche per le persone più in difficoltà. Le politiche securitarie di questi anni ci hanno in qualche modo trasmesso l’idea che militarizzare alcuni spazi urbani e sociali di confine sia la soluzione. In realtà, queste misure possono intervenire durante i fatti delittuosi o subito dopo, ma non bastano a prevenirli davvero. Se vogliamo vivere in città più sicure, dobbiamo investire nella nostra capacità di andare a intercettare la fragilità psicologica, economica ed educativa prima che si cronicizzi e si esprima in termini aggressivi. Anche per questo è necessario cominciare da un rilancio serio dei presìdi psico-sociali, della loro presenza nei quartieri e della loro capacità di lavorare in rete con scuole, famiglie, servizi sanitari e realtà associative.
La città di Modena ha offerto un bellissimo esempio di come si possa reagire insieme a una situazione drammatica. Prendiamone esempio.
Roberto Galletti Educatore