

Attualità
«Una sfida personale»
Cyclist the Bike Standing on the Mountain Rocky Trail at Sunset, tourist with backpack
Storia di Elio Bodini. Da Borgo Loreto fino alla scoperta della sclerosi multipla
Era il 2000, avevo 38 anni e facevo il capo mugnaio a Parma. Un giorno, mentre stavo guidando, mi giro verso sinistra. Vedo una moto, anzi due. Riprovo, vedo sempre doppio. Il medico mi dice che è probabilmente cervicale e mi scrive una prescrizione per una visita da un orl. Passa qualche giorno e perdo anche l’equilibrio, mi muovo attaccandomi da una parte e dall’altra. Quando apro la porta dell’ambulatorio orl, il medico mi dice: “lei qui non entra, vada subito al pronto soccorso”. Mi ricoverano, mi fanno tutti gli esami e dopo qualche giorno mi comunicano che sono affetto da sclerosi multipla a placche. Un problema serio, ho pensato. All’epoca ero anche l’unico che lavorava in una famiglia di 4 persone, ma presto sarebbe diventata di 5.
Ho dovuto informarmi su che malattia fosse. Il mio grande timore era sempre quello di essere colpito da un tumore. Ho perso il padre quando avevo 9 anni e ho perso il mio fratello maggiore, Mauro, morto a solo 27. La sclerosi multipla è una malattia infiammatoria cronica e autoimmune che danneggia il sistema nervoso centrale (cervello, nervi ottici e midollo spinale). I globuli bianchi attaccano la guaina mielinica che protegge i nervi, rallentando la trasmissione degli impulsi. Nel mio primo attacco, un occhio funzionava con un leggero ritardo rispetto all’altro per cui vedevo immagini doppie. Dalle placche riscontrare con la Risonanza magnetica, i medici di Parma mi avevano spiegato che avevo già subito, in modo inconsapevole, altri attacchi. Essere attaccati dai propri globuli bianchi è un bel guaio.
Il primo trattamento è stato fatto con cortisone in funzione anti infiammatoria. La cura: un’iniezione di interferone in pancia. Ha sempre fatto male, ma le prime volte mi provocava un forte attacco febbrile con brividi di freddo. Il giorno dopo mi risvegliavo con le gomme a terra. In qualche modo, riuscivo ad andare a lavorare. La cura l’ho portata (...).

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Paolo Carini