Barriere architettoniche - Intervista all'architetto Simone Cadenazzi sull'accessibilità urbana. «Andrebbero riviste pavimentazione e cartellonistica per rendere “leggibili” i contesti a chi soffre di una disabilità sensoriale»
Ha 48 anni, esercita come architetto in ambito privato e pubblico da 22, Simone Cadenazzi è il professionista che abbiamo contattato per approfondire un tema complesso e attualissimo come l’accessibilità urbana. Cadenazzi è stato l’estensore del Piano di eliminazione delle barriere architettonice del comune di Pieve San Giacomo.
Il tema dell’accessibilità è sempre più centrale nella pianificazione urbanistica delle città. Che cosa ha permesso questa crescente sensibilità?
«La sensibilità è sempre stata presente, ma è vero che negli ultimi periodi ha assunto un peso maggiore perché dall’originaria disabilità di tipo fisico e motorio, ora ci si deve interfacciare, dal punto di vista progettuale, con problematiche connesse alla sfera sensoriale e cognitiva dell’individuo. L’attuale definizione delle fasce deboli della popolazione comprende appunto quella motoria (grave limitazione o impedimento permanente o temporaneo delle capacità di movimento), quella sensoriale (parziale o totale mancanza dei sensi fondamentali alla relazione e comunicazione) e quella cognitiva (limitazione o impedimento alla comprensione ed apprendimento dei linguaggi, disturbi e deficit dell’attenzione, difficoltà a relazionarsi con il contesto sociale). Pertanto appare evidente, per come premesso, che la qualità e l’accessibilità di un determinato luogo risulti dalla sua riconoscibilità, intesa come insieme di elementi rilevanti, percepibili immediatamente (tramite il senso del tatto) o a distanza (tramite il senso della vista, dell’udito, dell’olfatto) e che devono diventare fattori discriminanti ed indicatori basici, capisaldi, nelle fasi progettuali e pianificatorie che definiscono il territorio del costruito».
«La sensibilità è sempre stata presente, ma è vero che negli ultimi periodi ha assunto un peso maggiore perché dall’originaria disabilità di tipo fisico e motorio, ora ci si deve interfacciare, dal punto di vista progettuale, con problematiche connesse alla sfera sensoriale e cognitiva dell’individuo. L’attuale definizione delle fasce deboli della popolazione comprende appunto quella motoria (grave limitazione o impedimento permanente o temporaneo delle capacità di movimento), quella sensoriale (parziale o totale mancanza dei sensi fondamentali alla relazione e comunicazione) e quella cognitiva (limitazione o impedimento alla comprensione ed apprendimento dei linguaggi, disturbi e deficit dell’attenzione, difficoltà a relazionarsi con il contesto sociale). Pertanto appare evidente, per come premesso, che la qualità e l’accessibilità di un determinato luogo risulti dalla sua riconoscibilità, intesa come insieme di elementi rilevanti, percepibili immediatamente (tramite il senso del tatto) o a distanza (tramite il senso della vista, dell’udito, dell’olfatto) e che devono diventare fattori discriminanti ed indicatori basici, capisaldi, nelle fasi progettuali e pianificatorie che definiscono il territorio del costruito».
Cremona è una città storica: non è mai facile trovare un punto di equilibrio tra la salvaguardia del suo contesto e il miglioramento dell’inclusività. Come giudica la situazione del nostro capoluogo? Ci sono spazi di intervento? E dove?
«L’attività progettuale e di pianificazione che affronta contesti urbani storici, seppur obbligatoriamente debba salvaguardare il “genius loci”, ha attualmente ampie disponibilità di strumenti utili per trovare un punto di (...)».
«L’attività progettuale e di pianificazione che affronta contesti urbani storici, seppur obbligatoriamente debba salvaguardare il “genius loci”, ha attualmente ampie disponibilità di strumenti utili per trovare un punto di (...)».
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Cristiano Guarneri

