Attualità

Per due anni «con i cuore nell'orecchio». Poi la diagnosi ha cambiato tutto

All'Ospedale di Cremona la cura di una rara stenosi venosa cerebrale attraverso il posizionamento di uno stent venoso. Oggi quel battito incessante è soltanto un ricordo.

Per due anni Giovanni, 81 anni, di Casalmorano, ha convissuto con un rumore costante nell'orecchio. Un battito incessante che gli impediva di dormire e che, poco alla volta, stava compromettendo la qualità della sua vita.
Per molto tempo la spiegazione sembrava essere l'acufene. Eppure, l'udito era perfetto e quel rumore non assomigliava a un fischio o a un ronzio: seguiva il ritmo del cuore. «Quando non dormi diventi nervoso, stai male. È una situazione che ti consuma», racconta.
Oggi Giovanni ripensa a quel percorso con gratitudine verso i professionisti della Neuroradiologia interventistica dell’Ospedale di Cremona: «Mi avete ridato la vita. Giorno e notte sentivo il cuore nell'orecchio. Sempre quel boom boom boom».
Giovanni (a sinistra), con Michele Besana e Maddalena
Giovanni (a sinistra), con Michele Besana e Maddalena
LA DIAGNOSI E IL TRATTAMENTO SPECIALISTICO
Da una visita specialistica sono partiti gli approfondimenti che hanno permesso di individuare la vera causa del disturbo: un acufene pulsante causato da una stenosi venosa cerebrale, cioè dal restringimento di una vena del cervello.
La diagnosi ha aperto la strada al trattamento. Gli specialisti hanno posizionato uno stent venoso cerebrale per correggere il restringimento della vena. Oggi quel rumore è soltanto un ricordo. Giovanni è tornato a dormire, ha ripreso le sue abitudini e le piccole attività quotidiane, come «qualche lavoretto in casa», racconta sorridendo la moglie Maddalena.
«Dopo l'intervento i medici mi hanno chiesto come stavo. Io non sentivo più niente. Nessun rumore», racconta Giovanni. «Non riuscivo a crederci: era sparito completamente».
«COME METTERE UN DITO DAVANTI A UNA CANNA DELL'ACQUA»
«Quando il sangue incontra un restringimento in una vena cerebrale, il flusso diventa turbolento e può generare un rumore che il paziente percepisce come un battito continuo nell'orecchio», spiega Michele Besana, neuroradiologo interventista. «Per capire il meccanismo si può immaginare una canna dell'acqua: se si mette un dito davanti all'uscita, il flusso cambia, diventa più irregolare e produce più rumore».
Una volta individuata la causa, il trattamento è mininvasivo. «Raggiungiamo la vena attraverso un catetere inserito dall'inguine o dal collo e posizioniamo uno stent per ripristinare il normale passaggio del sangue», continua Besana. «In molti casi il beneficio è immediato e il rumore scompare già nelle ore successive all'intervento».
Per Giovanni il primo pensiero, appena terminata l'operazione, è stato un appuntamento a cui teneva particolarmente: la festa per il 55° anniversario dell'Avis di Casalmorano, associazione che aveva contribuito a fondare oltre mezzo secolo prima. «Avevo chiesto al dottor Besana se ce l'avrei fatta ad andare alla festa», racconta sorridendo. «Mi aveva detto di sì. Due giorni dopo ero lì e, finalmente, non sentivo più quel battito nell'orecchio».
UNA TECNICA INNOVATIVA
«Il posizionamento di stent nelle arterie cerebrali è una procedura consolidata da molti anni», spiega Michele Besana. «L'applicazione nel sistema venoso cerebrale è invece più recente, soprattutto in Italia. In Francia, ad esempio, esistono già reti dedicate che consentono di individuare e trattare ogni anno centinaia di pazienti».
L'intervento trova applicazione principalmente in due condizioni cliniche. La prima è l'ipertensione endocranica benigna, una patologia caratterizzata dall'aumento della pressione all'interno del cranio che viene trattata inizialmente con terapia farmacologica. Quando i farmaci non sono sufficienti, lo stent può contribuire a ridurre i sintomi e migliorare la qualità di vita. La seconda è l'acufene pulsante, nei casi in cui il disturbo risulti particolarmente invalidante.
«Si tratta di una procedura mininvasiva che consente, nella maggior parte dei casi, una rapida ripresa», conclude Besana. «Dopo 48-72 ore il paziente può generalmente tornare a casa e riprendere gradualmente le proprie attività quotidiane».
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