

Attualità
Nella città dei violini vive l’arte dell’archettaio
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Un archetto dell'atelier Slaviero [foto Umberto Ferrero]


Attualità
Nella città dei violini vive l’arte dell’archettaio
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Luca Slaviero con suo padre Emilio [foto Umberto Ferrero]
"Dalle mie parti", al via la nuova rubrica. "Tappa" all'atelier Slaviero, dove il suono non è un evento, ma la normalità, parte del quotidiano
Un archetto si alza prima ancora che il violino suoni. È un gesto breve: il braccio sale, la punta resta sospesa, il crine non tocca ancora la corda. In quell’attimo c’è già tutto: la direzione, la pressione che arriverà, la prima nota che dà il via alla melodia. La storia dell’archetto, però, comincia lontano da qui. Comincia in Brasile, dentro un albero. Il legno si chiama pernambuco: cresce solo lì, viene tagliato, poi deve aspettare anni di stagionatura prima di diventare una bacchetta. È la materia su cui, da secoli, si costruisce l’attrezzo che mette in movimento la corda. Il violino può essere perfetto, ma senza archetto non succede niente. Per questo, se c’è un modo sensato per iniziare a raccontare Cremona, è partire proprio da quel gesto. Cremona è la città del violino, ma il suono passa anche da una bottega che lavora su curve, tensioni, crini e manutenzioni. Da un oggetto che non si compra a distanza: si prova, si cambia, si confronta. E spesso si torna, perché un archetto va seguito nel tempo.
Io torno qui con una macchina fotografica e un registratore. Per anni ho lavorato altrove: Milano, Torino, viaggi lunghi, commissioni, editoria, ghostwriting. Ho scritto e fotografato fuori dall’Italia, ho pubblicato un reportage sul Giappone e sto lavorando a uno sull’India. Poi ho capito che le storie che mi mancavano erano vicino: nelle strade che conosco, nei lavori di provincia, nelle persone che tengono in piedi un territorio.
Dalle mie parti nasce così: come un archetto che si alza. È un reportage mensile, fatto di immagini e testi, dedicato alla provincia di Cremona. Ogni puntata parte da un incontro e prova a mettere a fuoco cosa significa restare, o tornare, quando l’idea dominante è che per “farcela” bisogna andarsene. La prima tappa è un atelier di archetti: un inizio che sta dentro la città e, nello stesso tempo, la porta fuori, fino a un albero in Brasile.
Incontrare Luca non è stato facile. Ci siamo scritti più volte negli ultimi mesi. Ogni volta sembrava quella buona, ogni volta saltava per un motivo diverso. L’ho conosciuto in modo molto normale: condividiamo un fantacalcio. Prima di essere amici siamo stati rivali, di quelli che si mandano vocali solo quando serve e si “studiano” la formazione.
![Luca Slaviero, operativo nell'atelier di famiglia [foto Umberto Ferrero]](https://mondopadano-naxos-space-250gb.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/mondopadano/stories/2026/01/16/internals/8c5527bf-7e80-438a-9259-ad58bc6b9b95.jpg)
Quando ho provato a fissare un incontro, ho capito subito che la sua settimana non assomigliava a quella che immaginavo per un artigiano. Io: «Luca, ci vediamo la prossima?». Lui: «La prossima sono a Tokyo, torno quella dopo». È successo più di una volta, con città diverse. E a forza di sentirlo ripetere ho capito che stavo guardando l’insegna sbagliata: l’atelier Slaviero sta a Cremona, sì, ma il mestiere – quello – non ha un indirizzo. È banco, legno, mani. È precisione, misure, attesa. È pialle, sgorbie, calore per piegare la fibra e poi tempo, perché un pezzo di legno non obbedisce subito: si assesta, si muove, si stabilizza. Ma è anche un lavoro che ti porta fuori, continuamente: fiere, esposizioni, incontri, prove. Ogni archetto deve essere provato, e ogni musicista ha la propria idea di “giusto”. Non puoi spedirlo e sperare che vada bene. Devi sentirlo suonare.
Chi arriva qui entra con lo strumento in spalla e fa sempre lo stesso gesto: appoggia il violino, sistema il mento, alza l’archetto. Poi ne prova un altro. E un altro ancora. Il violino è lo stesso, ma la risposta cambia. A volte basta una differenza minima per far scattare qualcosa, o per farlo mancare...
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Umberto Ferrero


