Europa riluttante a farsi trascinare nello scontro
Dopo l’attacco israeliano a sorpresa contro l’Iran nel giugno 2025 e il sostegno occidentale alle proteste interne che avevano attraversato il Paese tra il 2025 e il 2026, Stati Uniti e Israele hanno ricolpito l’Iran il 28 febbraio 2026, dando avvio a una serie di bombardamenti che hanno interessato infrastrutture e basi non solo dei tre belligeranti, ma di gran parte dei Paesi del Golfo, interrotti soltanto da una tregua di due settimane raggiunta nella notte tra il 7 e l’8 aprile.

Questa volta Stati Uniti e Israele sono riusciti a eliminare i vertici del regime, ma la strategia della decapitazione non ha determinato né un cambio di regime né il collasso del sistema di potere iraniano; al contrario, è degenerata in una guerra di logoramento nella quale a fare la parte del leone è stato proprio l’Iran.
L’Iran ha compiuto scelte strategiche che lo hanno posto in una posizione di forza. In primo luogo, nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20 per cento del petrolio mondiale, ha optato per una chiusura non totale ma selettiva, colpendo navi e carichi riconducibili a Paesi ritenuti ostili e imponendo ai restanti condizioni di transito in valute non riconducibili al circuito occidentale. Questa parziale ostruzione ha inciso più sugli Stati Uniti che sull’Iran, mettendo sotto pressione il sistema dei petrodollari, incrementando le entrate di Teheran e costringendo Washington a subire crescenti pressioni internazionali per un disimpegno.
Teheran ha inoltre dimostrato di poter colpire la rete di basi statunitensi nel Vicino Oriente e di dissuadere i Paesi del Golfo dal sostenere Washington, minacciando la distruzione degli impianti di desalinizzazione e delle infrastrutture energetiche da cui dipendono le loro economie...
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Marco Ghisetti

