Nicola Fanconi, artista di strada, racconta la sua storia, il suo lavoro e il “suo” “gypsy jazz”
Non si parla più solo di teatri, di musei, di biblioteche, di cinema, di arene... l’arte, in tutte le sue forme, si può ormai “fare” nei più disparati luoghi del quotidiano. Troviamo performance nei bar, nei pub, nei ristoranti. Ma, se tutti i luoghi citati sono diventati meta di ritrovo culturale, allora, seppur seguendo dinamiche totalmente differenti, l’arte la si può fare e trovare anche per strada, scenario di ritrovo eterogeneo per eccellenza. Ne parliamo con Nicola Fanconi, classe 1995, artista di strada di Gottolengo, ormai presenza fissa, assieme alla sua chitarra, nel centro di Cremona.
La strada è il “teatro” della sua arte. Ci racconti la sua storia.
«Qualche anno fa ho provato a entrare in conservatorio. Avevo un lavoro come elettricista, però ardeva in me questa passione per la musica. Suono la chitarra da quando ho dodici anni, ma era più che altro un hobby. Il Covid, però, mi ha quasi costretto a tornare alla musica: eravamo chiusi in casa ed ero in cassa integrazione... ho quindi provato a entrare all’università. Mi prendono, faccio un anno, poi abbandono gli studi. Mi sono quindi trasferito a Madrid e ho cominciato a suonare nei locali. Sono poi andato a Santo Domingo. Lì ho trascorso 8 o 9 mesi, facendo il musicista nei resort. Poi però sono dovuto tornare in Italia per questioni personali. Ho quindi cominciato a propormi per suonare nei locali, ma, se non sei conosciuto, è difficile penetrare in quell’ambiente. Ho così studiato tutti i percorsi possibili per vivere da musicista. E la strada, appunto, è uno di questi». (...)
La strada è il “teatro” della sua arte. Ci racconti la sua storia.
«Qualche anno fa ho provato a entrare in conservatorio. Avevo un lavoro come elettricista, però ardeva in me questa passione per la musica. Suono la chitarra da quando ho dodici anni, ma era più che altro un hobby. Il Covid, però, mi ha quasi costretto a tornare alla musica: eravamo chiusi in casa ed ero in cassa integrazione... ho quindi provato a entrare all’università. Mi prendono, faccio un anno, poi abbandono gli studi. Mi sono quindi trasferito a Madrid e ho cominciato a suonare nei locali. Sono poi andato a Santo Domingo. Lì ho trascorso 8 o 9 mesi, facendo il musicista nei resort. Poi però sono dovuto tornare in Italia per questioni personali. Ho quindi cominciato a propormi per suonare nei locali, ma, se non sei conosciuto, è difficile penetrare in quell’ambiente. Ho così studiato tutti i percorsi possibili per vivere da musicista. E la strada, appunto, è uno di questi». (...)
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